Steve Sylvester (DEATH SS): «Come e perché sono diventato vegano»

Steve Sylvester (DEATH SS): «Come e perché sono diventato vegano»

Leggenda del metal italiano, figura iconica dell’horror rock e pioniere dell’oscurità sonora tricolore con i suoi Death SS, Steve Sylvester è da sempre abituato a muoversi tra le ombre, il mistero e la provocazione. Ma dietro l’immagine teatrale e la complessa ricerca esoterica si cela una scelta di vita profonda e, per molti, inaspettata: la scelta vegana e l’impegno per la tutela degli animali.

Lontano dai riflettori del palco, Sylvester ha condiviso una lunga e intima riflessione in cui ripercorre il suo cammino personale: dall’infanzia in terra marchigiano-romagnola alla svolta spirituale, dall’apertura di un ristorante vegano a Firenze al superamento delle proprie ombre. Un messaggio sincero, senza filtri né intento di proselitismo, che siamo felici di ospitare integralmente su Suoni Distorti Magazine.

Queste a seguire le sue parole:

Ci sono domande che mi vengono rivolte ripetutamente da molti anni. Alcune riguardano la musica, altre i DEATH SS, altre ancora il mio interesse per l’esoterismo, l’occultismo e la filosofia ermetica.
Poi c’è una domanda che continua a ripresentarsi e che forse sorprende le persone più di ogni altra:

“Com’è possibile che qualcuno come Steve Sylvester, associato per decenni a un’immaginario così oscuro, teatrale e ispirato all’horror, sia diventato vegano e profondamente impegnato nella tutela degli animali?”

In realtà, per quanto possa sembrare strano a chi si ferma alla superficie delle cose, queste due dimensioni della mia vita non sono mai state in contraddizione. Al contrario, sono nate entrambe dalla stessa ricerca.
Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro.

Dall’infanzia nelle Marche alla passione per l’horror

Sono nato in una famiglia onnivora nella zona di Pesaro. Mia madre, che veniva dal mondo contadino, era una cuoca straordinaria e durante la mia infanzia sono cresciuto circondato dalla cucina tradizionale di quella terra di confine tra le Marche e la Romagna.

Come milioni di italiani della mia generazione, consideravo perfettamente normale mangiare certi alimenti senza pormi troppe domande sulla loro provenienza. Gli animali esistevano, il cibo esisteva, e tra le due cose sembrava esserci una separazione invisibile che nessuno metteva in discussione.

A dire il vero, non sono mai stato un grande mangiatore di carne. D’istinto tendevo a preferire solo poche cose, specialmente il prosciutto e il petto di pollo. Ma si trattava di semplici gusti personali, non di una scelta consapevole.

Da giovane i miei interessi erano altrove. La musica occupava gran parte della mia vita. Poi vennero i film, i fumetti, la letteratura fantastica, l’horror e tutto quell’universo immaginario che avrebbe poi influenzato il mio percorso artistico. Gli animali, semplicemente, non erano ancora al centro dei miei pensieri.

La svolta spirituale e la filosofia ermetica

La svolta è arrivata molto più tardi, ed è arrivata da una direzione che molti non si aspetterebbero.
L’esoterismo.
O, più precisamente, la ricerca spirituale.

Quando ho iniziato ad approfondire questi temi, non cercavo una nuova ideologia o un sistema di regole. Cercavo risposte. Volevo comprendere il significato più profondo dell’esistenza, la natura della coscienza e il rapporto tra l’essere umano e l’universo.
È stato un viaggio durato decenni.
Un cammino fatto di libri, studio, incontri, esperienze e profonde trasformazioni interiori.

Molte persone associano l’occultismo a qualcosa di oscuro nel senso più superficiale del termine. Per me, tuttavia, è sempre stato un percorso verso la conoscenza. Un processo di espansione della coscienza.
A mano a mano che avanzavo lungo questo cammino, la mia percezione del mondo ha iniziato a cambiare.
Ho cominciato a capire che la visione antropocentrica con cui ero cresciuto non era l’unica possibile.
L’idea che gli esseri umani fossero i padroni assoluti della natura ha iniziato a sembrarmi sempre più limitata.

La filosofia ermetica insegna che tutto è connesso. Che ogni forma di vita partecipa della stessa realtà fondamentale. Che la separazione è spesso un’illusione creata dalla nostra stessa mente.
Questi concetti, che all’inizio erano semplici idee filosofiche, sono alla fine diventati concrete esperienze interiori.
Ho capito che non ero separato dal creato.
Ho capito di essere parte di un unico organismo vivente.
E quando questa consapevolezza mette davvero radici dentro di te, cambia inevitabilmente il tuo modo di guardare agli altri esseri viventi.

A poco a poco ho smesso di vedere gli animali come oggetti, risorse o proprietà.
Ho iniziato a vederli come individui.
Esseri senzienti.
Creature capaci di provare gioia, paura, sofferenza, affetto e il desiderio di vivere.

Questa trasformazione è stata accompagnata anche da un intenso lavoro spirituale e interiore. Alcuni potrebbero chiamarla un’apertura della coscienza, altri lo sviluppo dell’empatia, altri ancora un’evoluzione personale.
Qualunque termine si scelga, il risultato è stato lo stesso.
Il mio rapporto con il mondo animale è cambiato radicalmente.

Non si è trattato di una conversione improvvisa.
Non c’è stato un singolo evento che ha cambiato tutto dall’oggi al domani.
È stata una lenta evoluzione.
Un graduale risveglio della consapevolezza.
Ed è esattamente per questo che ora considero il mio veganismo come una naturale conseguenza del percorso spirituale che ho intrapreso, e non il contrario.

I conti con il passato e il coraggio di cambiare

C’è tuttavia un altro aspetto in questa storia.
Un aspetto molto più doloroso.

Nella mia autobiografia ho scelto di raccontare alcuni episodi della mia giovinezza riguardanti il mio rapporto con gli animali. È stata probabilmente la parte più difficile da scrivere dell’intero libro.
Avrei potuto evitarlo.
Avrei potuto ometterla.
Nessuno lo avrebbe saputo.
Eppure ho deciso di affrontarla pubblicamente.
Non per ottenere la comprensione di qualcuno.
Non per ricevere un’assoluzione.
Non per ripulire la mia immagine.
L’ho fatto perché sentivo che era necessario.

Una crescita spirituale autentica richiede onestà. Ed essere onesti significa anche avere il coraggio di guardare le proprie ombre negli occhi.
Credo che il perdono più difficile sia quello che dobbiamo concedere a noi stessi. E quando si tratta di me stesso, sono sempre stato un giudice estremamente severo.
Scrivere quelle pagine è stata una forma di espiazione personale.
Ma è stata anche la testimonianza del fatto che cambiare è possibile.
Nessuno nasce perfetto.
Nessuno è immutabile.
Le persone possono evolvere.
Possono capire.
Possono trasformarsi.

Nel mio caso, questa trasformazione mi ha portato prima all’attivismo per gli animali e poi al veganismo.

La scelta radicale e l’avventura della cucina vegetale a Firenze

La cosa curiosa è che, a differenza di molte altre persone, non ho mai attraversato una lunga fase intermedia.
Non sono diventato vegetariano.
Non ho eliminato gradualmente i prodotti animali.
A un certo punto ho preso una decisione netta.
Da un giorno all’altro ho semplicemente smesso.
Carne.
Pesce.
Latte.
Uova.
Tutto.
Semplicemente perché sentivo che continuare a consumarli sarebbe stato incoerente con la consapevolezza che avevo raggiunto.

Non sono mai tornato indietro.
E non l’ho mai vissuto come un sacrificio.
Tutt’altro.
Il veganismo mi ha aperto un mondo completamente nuovo.
Mi ha fatto scoprire sapori, ingredienti e possibilità di cui prima non sapevo nulla.

Quando in seguito ho deciso di aprire un ristorante vegano e biologico a Firenze, questa convinzione è diventata un progetto concreto.
Molti hanno pensato che fosse una follia.
Aprire un ristorante vegano nella città della famosa bistecca alla fiorentina sembrava quasi una provocazione.
Ma non era una provocazione.
Era una dichiarazione.
Volevo dimostrare che era possibile reinterpretare la cucina tradizionale italiana e toscana in chiave completamente vegetale.
Volevo mostrare che il gusto, la cultura gastronomica e il rispetto per gli animali non sono affatto incompatibili.

Quel posto è diventato qualcosa di più di un semplice ristorante.
È diventato un punto di incontro.
Un luogo di confronto.
Uno spazio dove organizzare eventi benefici e collaborare con associazioni animaliste come la LAV e molti altri gruppi locali.

È stato attraverso queste esperienze che mi sono avvicinato al mondo del volontariato.
Ho conosciuto persone straordinarie.
Persone che hanno dedicato la propria vita a combattere gli allevamenti intensivi, il bracconaggio, la caccia indiscriminata, l’abbandono degli animali, la vivisezione e ogni altra forma di sfruttamento.

Quando incontri persone così, arriva inevitabilmente il momento in cui devi scegliere.
Puoi rimanere a guardare.
Oppure puoi agire.
Io ho scelto di agire.
Sempre in silenzio.
Sempre senza farmi pubblicità.
Perché non ho mai voluto trasformare queste attività in uno strumento promozionale.
E anche perché ho sempre preferito tenere separato il personaggio che sale sul palco dalla persona che vive la sua vita quotidiana.

Lo Steve Sylvester che appare davanti al pubblico è una persona artistica.
L’uomo che vive lontano dai riflettori è un’altra cosa.
Anche se entrambe le dimensioni appartengono alla stessa persona.

Tra personaggio e persona: l’horror non celebra la crudeltà

Molte persone trovano difficile conciliare l’immaginario horror dei DEATH SS con la sensibilità verso gli animali.
Io non ci ho mai visto alcuna contraddizione.
L’horror autentico non celebra la crudeltà.
La svela.
La rappresenta.
La esplora.
La mette direttamente davanti agli occhi dello spettatore.
Paradossalmente, chi trascorre una vita a riflettere sui lati più oscuri dell’umanità può sviluppare una sensibilità particolare verso le vittime di quelle stesse ombre.
Nel mio caso è andata così.

E forse è per questo che ho sempre provato una forte avversione per certe tradizioni che comportano l’uccisione di animali.
Non ho mai nascosto la mia opposizione al consumo di agnello a Pasqua.
Né mi sento a mio agio con usanze che trasformano la morte di esseri senzienti in un’occasione di festa.
Queste pratiche vengono spesso difese in nome della religione, della cultura o della tradizione.
Ma il fatto che qualcosa esista da secoli non la rende automaticamente giusta.
Molte tradizioni del passato sono state abbandonate perché non erano più compatibili con un maggior grado di evoluzione morale.
Credo che il nostro rapporto con gli animali debba essere sottoposto alla stessa riflessione.

Questo non significa voler distruggere la cultura italiana.
Tutt’altro.
Credo che una cultura viva debba essere capace di evolversi.
Di mettersi in discussione.
Di crescere.
Di andare oltre ciò che oggi riconosciamo come ingiusto.

Nel corso degli anni ho portato con me queste convinzioni anche durante i tour.
A dire il vero, il cibo in tour non è mai stato un problema particolarmente difficile per me.
Non sono mai stato una rockstar viziata.
Mangio pochissimo prima dei concerti e preferisco mantenermi leggero.
Dopo gli show mi bastano spesso uno yogurt di soia, qualche biscotto, un po’ di frutta o una barra di cereali.

Naturalmente, soprattutto in passato, trovare opzioni vegane in certe zone d’Italia non era sempre facile.
Oggi la situazione è enormemente migliorata.
All’estero, in molti Paesi, il catering vegano è ormai la norma.
Ma in generale ho sempre affrontato queste difficoltà con uno spirito di adattamento.
Quando una scelta nasce da una convinzione autentica, impari a viverla con naturalezza.

Spesso mi si chiede anche se il veganismo abbia contribuito alla mia energia fisica.
È una domanda legittima.
Probabilmente sì.
Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto alla dieta.
Credo che il benessere dipenda da un equilibrio tra corpo, mente e spirito.
Non ho mai seguito una dieta particolare.
Non ho formule segrete.
Non ho regimi miracolosi da raccomandare.
Ho semplicemente cercato di ascoltare il mio corpo e di vivere in armonia con la mia sensibilità.

Forse il vero segreto è proprio questo.
L’ascolto.
La coerenza.
La capacità di non tradire sé stessi.

“Fai ciò che vuoi”: la vera forza non è dominare

Oggi, dopo quasi cinquant’anni di musica, non considero il veganismo una battaglia ideologica.
Lo considero una naturale espressione del mio percorso.
Non voglio convincere nessuno.
Non voglio convertire nessuno.
Sono profondamente legato all’idea che ogni individuo debba essere libero di trovare la propria strada.
Il principio di Crowley, “Fai ciò che vuoi”, continua ad avere un significato importante per me.
Non come un invito all’egoismo, ma come ricerca della propria natura autentica.
Per questo motivo rispetto la libertà di tutti, anche quando le loro scelte sono diverse dalle mie.

Tutto ciò che posso fare è raccontare la mia storia.
Se qualcuno troverà in queste parole qualcosa che lo induca a fermarsi e riflettere, sarò felice.
Se qualcun altro continuerà a pensarla diversamente, rispetterò ugualmente la sua posizione.
Perché il vero cambiamento non avviene attraverso la costrizione.
Avviene attraverso la consapevolezza.

E forse, dopo una vita passata a esplorare mostri, misteri, vampiri, fantasmi e l’oscurità dentro di noi, la lezione più importante che ho imparato è sorprendentemente semplice.
La vera forza non consiste nel dominare.
Consiste nel comprendere.
Non consiste nel prendere.
Consiste nel rispettare.
Non consiste nel credere di essere al centro del mondo.
Consiste nel riconoscersi come parte di qualcosa di infinitamente più grande.

Ogni essere vivente vuole vivere.
Da questa consapevolezza è nato il mio rispetto per gli animali.
Da quel rispetto è nato il mio veganismo.
E da quel veganismo, in ultima analisi, è nata una parte importante della persona che sono oggi.

Steve Sylvester / DEATH SS

 

Photocredit: Pino Panetta (dal live report: Luppolo In Rock 2026)