DEATH SS, THE 69 EYES e altri al Luppolo In Rock 2026: photoreport della prima giornata

DEATH SS, THE 69 EYES e altri al Luppolo In Rock 2026: photoreport della prima giornata

L’ottava edizione del Luppolo in Rock è andata in scena dal 17 al 19 luglio 2026 nella collaudata ed accogliente cornice del Parco delle Colonie Padane a Cremona, confermandosi ancora una volta come uno dei festival a misura di fan più riusciti e apprezzati della penisola. La formula ad accesso libero per l’area ristoro e il mercatino tematico ha garantito fin dalle prime ore del pomeriggio un flusso costante di appassionati, accolti da un’ottima selezione di birre artigianali e food truck ben forniti.

Per questa edizione la nostra presenza si è concentrata sulla giornata inaugurale di venerdì 17 luglio: un primo atto dominato da sonorità cupe, teatrali e con forti sfumature industrial, guidato da due headliner d’eccezione come The 69 Eyes e i maestri nostrani Death SS.

Ad aprire il lungo pomeriggio del festival sono stati i Jolly Rox, realtà della scena underground italiana specializzata in una personale miscela di hard rock, glam metal e dark wave. Nati a Firenze nel 2005 per iniziativa del frontman Joey Zalla, il trio – completato oggi da Captain Keep al basso e Joe La Grotta alla batteria – unisce un’attitudine street anni ’80 a sonorità moderne arricchite dall’elettronica, come testimoniato dalle loro recenti uscite The Night Flier e Creeper from the Dust del 2025.

Capitanati dal loro carismatico leader, i tre fiorentini hanno letteralmente infiammato il palco fin dai primissimi accordi, dimostrando come vent’anni di esperienza sul campo si traducano in una presenza scenica magnetica e senza compromessi. Lo show è iniziato col botto grazie all’adrenalinica Shake It All, piazzando subito un muro sonoro potente, retto da chitarre affilate e da una sezione ritmica implacabile.

La scaletta ha visto una sapiente alternanza tra i classici storici del gruppo e i brani più recenti promossi in collaborazione con la Volcano Records. La vera marcia in più è stata l’integrazione delle sfumature elettroniche, capaci di proiettare il loro glam rock dritto nella modernità senza intaccare l’efficacia del groove classico. Joey Zalla si è confermato un vero animale da palcoscenico, guidando lo show con una voce suadente e graffiante, sorretto dalla precisione millimetrica di basso e batteria.

L’esibizione dei Jolly Rox si è chiusa sulle note di So We Are tra gli applausi calorosi di una platea ancora in fase di riempimento ma completamente conquistata dalla loro attitudine verace. Una conferma sensazionale per una delle realtà più in salute e divertenti del panorama rock indipendente tricolore.

Come seconda band della giornata sono saliti sul palco i My Darkest Red, un intrigante progetto dark ‘n’ roll / gothic metal nato a Brescia dall’unione di musicisti provenienti da due storiche realtà dell’underground lombardo degli anni Duemila: Poisonheart e Dreamhunter. La formazione vede Fabio Perini alla voce e chitarra, Andrea Gusmeri alla chitarra, Andrea Verginella al basso e Giorgio Rivali alla batteria, reduci dall’apprezzato album di debutto Midnight Supremacy, rilasciato nel 2024 per Sneakout Records.

La band è salita sul palco con un obiettivo ben chiaro: trasporre dal vivo tutta l’oscurità magnetica del proprio lavoro d’esordio. Senza troppi preamboli, i bresciani sono partiti forte attaccando con i riff quadrati e potenti di Eternity, seguita a ruota da Tears in the Snow. Il suono emerso è risultato subito compatto e bilanciato, capace di creare un ponte perfetto tra le radici hard & heavy e le pennellate gotiche del loro repertorio.

Fabio Perini ha catturato l’attenzione della platea fin dalle prime note grazie a un timbro baritonale profondo e carismatico. Sopra la solida impalcatura ritmica costruita dal basso pulsante di Verginella e dal groove preciso di Rivali, le chitarre di Andrea Gusmeri hanno intessuto trame melodiche dal chiaro e delizioso sapore anni ’80.

Il picco emotivo della performance è arrivato a metà scaletta con l’esecuzione di The House On The Hill, terzo singolo della band che in sede live acquista una carica rock ancora più graffiante, facendo scuotere la testa al pubblico presente sotto il sole del festival. I My Darkest Red hanno dimostrato di saper padroneggiare la scena combinando l’esperienza dei singoli componenti con la freschezza di questo nuovo progetto.

La chiusura è stata affidata a By the Moonlight, una traccia che riassume alla perfezione il loro gothic rock moderno fatto di riff pesanti ed eleganza decadente, lasciando ai presenti la voglia di riascoltarli al più presto. Promossi a pieni voti, i My Darkest Red hanno confermato che la loro attitudine notturna non è solo un ottimo esercizio di stile in studio, ma una vibrante e credibile realtà dal vivo.

Terza band a salire sul palco sono i Dosgamos, formazione groove e modern metalcore originaria di Parma. Nati nel 2018 da un’idea del cantante Michele Altavilla, riuniscono musicisti con esperienze in realtà come Stormcrow e Injury. Il curioso nome deriva da un’espressione dialettale parmense (“due sgami”, ovvero due tiri di sigaretta). All’attivo vantano l’esordio Wrapped Renaissance e l’ultimo On Day Seven He Regretted del 2025, uscito per Wormholedeath, registrato agli Audiocore Studio e mixato dal noto produttore svedese Ronnie Björnström.

I parmensi attaccano senza fronzoli con Slay the Mother of All Ignorance, scaricando sul pubblico un impatto ritmico devastante. I suoni risultano secchi, moderni e incredibilmente massicci, permettendo alle chitarre di stendere breakdown di chiara matrice Machine Head e Slipknot sopra una sezione ritmica impeccabile. Il fulcro dello show ruota attorno alla potente On Day Seven He Regretted, dove il frontman Michele Altavilla domina la scena alternando uno screaming abrasivo a un growl profondo. La forza della band sta proprio nel perfetto amalgama dei singoli, capaci di proporre un sound compatto e privo delle troppe plastificazioni che spesso penalizzano il metal moderno.

Nel finale il quintetto non accenna a cedere, chiudendo l’esibizione con la nuova I’ve Rehab, accolta con grande entusiasmo sia dai fan di lunga data sia dai nuovi ascoltatori. I Dosgamos salutano tra sudore e applausi, confermandosi una realtà matura, incendiaria e pronta per i grandi palchi internazionali.

L’attesa sotto il palco cresce tra sudore e birra fino a quando parte l’intro strumentale che annuncia gli Evilizers. La band piemontese non ha bisogno di presentazioni per gli amanti dell’underground nostrano: il loro è un tributo viscerale, potente e senza compromessi alla gloriosa NWOBHM e ai giganti del metallo classico.

Il concerto parte a tavoletta con la sezione ritmica di Alessio Scoccati al basso e Giulio Murgia alla batteria a picchiare duro fin da subito. I brani estratti da Center Of The Grave e Solar Quake mettono subito in chiaro le cose tra riff quadrati e i doppi attacchi delle chitarre di Fabio Novarese ed Emanuele De Bernardi, pronti a scambiarsi assoli al fulmicotone per una resa live ancora più pesante e devastante rispetto al disco.

Il picco dello show arriva quando il quintetto attacca No Return, dimostrando una maturità granitica. Brani dal tiro micidiale come No Turning Back ed Evilizers trasformano il piazzale in una bolgia di corna alzate, con il pubblico a cantare a squarciagola ogni ritornello anthemico. Nessun calo di tensione, nessuna ballad: piede incollato sull’acceleratore fino alla tripletta finale, vera e propria mazzata che sfinisce gli astanti ma lascia tutti con il sorriso. Gli Evilizers si confermano una macchina da guerra live fatta di onestà, sudore e vero acciaio heavy metal.

Ora è il turno dei Sick N’ Beautiful, formazione hard rock / alternative metal romana celebre per un concept fantascientifico-horror di grande impatto visivo. I membri si presentano come un equipaggio di “bizzarri alieni” naufragati sulla Terra con la loro astronave, proponendo uno show ricco di costumi cyberpunk ed effetti speciali. Il loro sound unisce hard rock, metal e contaminazioni industrial-pop, in una sorta di punto d’incontro tra Rob Zombie, Alice Cooper e Lady Gaga. La formazione schiera Herma alla voce (carismatica frontwoman dai capelli verdi), Big Daddy Ray al basso, Rev C2 e Lobo alle chitarre ed Evey alla batteria, con una discografia che conta Hell Over Hell (2015), Element of Sex (2018) e il recente Starstruck.

L’atterraggio dell’astronave romana sul palco del Luppolo ha trasformato la piazza in un avamposto intergalattico sci-fi ad altissimo voltaggio. L’estetica cura ogni dettaglio: luci stroboscopiche verdi, fumo scenografico e un look sospeso tra Mad Max e i fumetti d’epoca. Herma domina la scena con movenze ipnotiche ed extraterrestri, supportata da una band visivamente e musicalmente impeccabile.

Dal vivo il sound si traduce in un muro di suono compatto, dove i riff heavy si fondono con campionamenti industrial e ritmiche martellanti. La voce di Herma passa con disinvoltura da linee graffianti a growl aggressivi, mantenendo una tenuta pazzesca per tutta la durata del set. L’interazione con il pubblico — trattato come un equipaggio di “coloni” — scatena il pogo tra le tracce storiche e le novità dell’ultimo album. I Sick N’ Beautiful si confermano una realtà originale, divertente e altamente professionale, capace di regalare un’esperienza totalmente immersiva.

L’atmosfera al Parco delle Colonie Padane si tinge improvvisamente di toni cupi e spettrali: è il momento dei Deathless Legacy, istituzione dell’horror metal nostrano nata a Pisa nel 2006 dall’unione tra il batterista Frater Orion (Andrea Falaschi) e la cantante Steva (Eleonora Vaiana). Nati originariamente come tributo ai pionieri Death SS, i toscani hanno plasmato negli anni una personalissima cifra stilistica, incastonata tra symphonic, power ed heavy metal illuminato da tastiere spettrali e tematiche esoteriche. Con un solido cammino discografico siglato Scarlet Records — culminato nel recente e gravido di ombre Damnatio Aeterna (2025) — i loro show trascendono la semplice musica per mutarsi in veri e propri rituali macabri.

Sin dai primi istanti, le assi del palco vengono inghiottite da fumi densi, luci spettrali e scenografie sacrileghe. I costumi cerimoniali della band instaurano una tensione drammatica e magnetica che avvolge gli astanti. Il fulcro dell’oscura cerimonia è guidato dal carisma ipnotico di Steva, impeccabile nel dondolare tra acuti puliti di rara precisione e growl teatrali. Ad arricchire la liturgia intervengono le fugaci e inquietanti apparizioni della performer di scena, in un duello rituale pregno di simbolismi occulti.

La scaletta si muove agile tra le pieghe del tempo: dalla maestosa traccia titolo dell’ultimo lavoro Damnatio Aeterna fino all’incalzante Rituals of Black Magic. Le tastiere cinematografiche e i riff affilati tessono una trama sonora imponente, sorretta da una sezione ritmica granitica. Il pubblico si lascia volentieri sedurre da questo gioco di ruolo horror, rispondendo con fervore a ogni evocazione. I Deathless Legacy firmano così una performance densa di pathos e decadenza, dimostrando che la loro arte nera è uno spettacolo macabro capace di stregare ben oltre i confini del genere.

Spazio ora ai pre-headliner della serata: i The 69 Eyes. La storica formazione nata a Helsinki nel 1989 — nota anche come “Helsinki Vampires” — è celebre per aver codificato il “goth ‘n’ roll”, quella fascinosa alchimia che fonde le ombre del gothic rock (Sisters of Mercy, The Cult) con l’energia graffiante del glam metal. Un elemento quasi unico nel panorama mondiale è la stabilità della loro line-up, immutata dal 1992: Jyrki 69 alla voce, Bazie e Timo-Timo alle chitarre, Archzie al basso e Jussi 69 alla batteria. Forti di un repertorio leggendario marchiato da dischi epocali come Blessed Be e Paris Kills, i cinque vampiri sono pronti a stendere la loro ombra sul Luppolo.

Quando le luci si spengono, la piazza viene avvolta da fumi densi e soffuse campiture violacee. L’ingresso è pura theatricality decadente: Jyrki 69, occhiali da sole d’ordinanza e portamento da crooner delle tenebre, guadagna il centro della scena mentre la band attacca l’incisiva Devils. L’impatto sonoro è immediato, sorretto dal basso cupo di Archzie e dal drumming vulcanico di Jussi 69. Senza concedere tregua, il quintetto cala subito l’asso Feel Berlin, facendo esplodere il coro unanime della platea.

La scaletta calibra con perizia il passato glorioso e il presente, rappresentato da estratti dal recente Death of Darkness come l’adrenalinica Drive. Il timbro baritonale di Jyrki, cavernoso e gravido di echi alla Eldritch e Morrison, riempie l’aria di un’aura magnetica. Le chitarre di Bazie e Timo-Timo ricamano trame dal gusto glam-goth irresistibile, raggiungendo un picco di forte tensione emotiva sulle note di Brandon Lee. Il finale è un crescendo di pura energia notturna.

Chiamati a gran voce per il bis, i The 69 Eyes regalano una sequenza micidiale: Framed in Blood, la sinuosa Dance d’Amour e l’immancabile inno di chiusura The Lost Boys. La platea si trasforma in una bolgia festante sotto il cielo di Cremona, salutando una band di culto che sembra non invecchiare mai, custodendo intatto il fascino immortale del rock gotico.

Infine, a coronare questa intensa giornata, salgono sul palco gli attesissimi headliner: i Death SS. Fondati a Pesaro nel 1977 da Steve Sylvester e Paul Chain, sono considerati i pionieri assoluti dell’horror music e dello shock rock in Europa. Con una discografia monumentale che va da capolavori come …In Death of Steve Sylvester (1988), Black Mass (1989) e Heavy Demons (1991) fino al recente The Entity (2025), la creatura di Sylvester continua a plasmare heavy metal, pulsioni industrial ed esoterismo in uno show altamente provocatorio.

Assistere a un concerto dei Death SS significa varcare la soglia di un rito profanante, dove il confine tra concerto e teatro dell’orrore scompare del tutto. Tra scenografie cimiteriali, luci calate nel rosso e nel verde e una densa cortina di fumo profumata d’incenso, l’ingresso del leader e sommo sacerdote Steve Sylvester magnetizza la platea, confermando una presenza scenica intatta e una voce graffiante e ipnotica.

La scaletta è un viaggio oscuro e senza sosta nella storia del metallo tricolore. Gli inni storici della prima epoca si alternano ai brani più moderni e industriali, ciascuno accompagnato da performance teatrali curate nei minimi dettagli. Sul palco si avvicendano figure demoniache, streghe e suore sacrileghe, trasformando il piazzale del festival in una vera e propria messa nera.

L’impatto sonoro è una mazzata priva di respiro, retto da una sezione ritmica implacabile e da chitarre affilate come rasoi. L’esecuzione dei classici immortali scatena un pogo furioso e cori monumentali sotto lo sguardo teatrale di Sylvester, pronto a dispensare benedizioni profane ai suoi fedeli.

Il gran finale è un’esplosione multisensoriale di energia visiva e sonora che lascia la folla esausta ma estasiata. Una prestazione magistrale che ribadisce la supremazia dei Death SS sul trono dell'”horror shock rock”.

Quando cala definitivamente il sipario e le luci si riaccendono, resta la consapevolezza di aver assistito a uno spettacolo unico nel panorama italiano ed internazionale. Steve Sylvester e la sua creatura dimostrano, oggi come quarant’anni fa, che il re del doom-horror metal non ha alcuna intenzione di abdicare.

Il mio ringraziamento e quello della redazione di Suoni Distorti Magazine va a tutto lo staff e all’organizzazione del Luppolo in Rock per averci dato l’opportunità di partecipare a questo evento indimenticabile.

Al prossimo anno!