Poter dire “io c’ero”: il tramonto dell’utopia musicale

Poter dire “io c’ero”: il tramonto dell’utopia musicale

“Ciao, ti sto vendendo una Experience in cui potrai dire che c’eri, anche se non hai capito niente di ciò che hai visto”

Qualche anno fa ero al Firenze Rocks. Una lunga attesa, quel giorno – se ricordo bene, erano tre giorni di concerto consecutivi. Di quella sera non ricordo mezza nota dei System of a Down, se non un altoparlante che a distanza faceva sentire qualcosa assimilabile ai loro pezzi. Esibizione, peraltro, che ho trovato sottotono, credo condizionata dall’umore non ottimale di quella giornata. Ricordo il caldo, la polvere, le teste davanti a me, quello rigorosamente più alto di me che finiva sempre per mettersi davanti, e un suono che arrivava quasi sfasato, tanto mi sono distante dal palco (sorvolo sulle motivazioni di quella posizione scomoda solo per brevità). Quella sera sono tornato nel B&B con la certezza di essere stato a un concerto dei System of a Down, e la paradossale incertezza di non aver sentito quasi nulla. Per anni ho pensato fosse un mio problema — quella posizione sbagliata, la sfortuna, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia (cit.). Tanto più che ho partecipato agli ultimi Gods of metal, ho visto Maiden e Judas Priest più volte, e risparmio la lista dei concerti che ho visto perchè non è questo il punto. Viene quasi il sospetto che non fosse sfortuna, ma proprio il format proposto. Perchè piaccia o meno, vedo differenze abissali tra quando andavo ai live nei primi duemila e negli ultimi anni, a parte ovviamente l’età (anche qui, solo per brevità, sorvolerei).

MilanoToday ha raccontato la tappa milanese dei Foo Fighters: “Token, code infernali, palco lontanissimo: gli I-Days vendono un sogno e offrono un campo polveroso”. Ne fanno una questione di selfie, per i quali saremmo disposti a tutto. Forse questa analisi è in parte corretta, intendiamoci, ma ridurre il frequentatore medio del concerto ad un egotico in preda alla FOMO (Fear Of Missing Out, paura di perdersi qualcosa e desiderio di postare l’ennesima storia sui social) mi sembra un po’ semplicistico. Le motivazioni che portano ai concerti dal vivo, e in particolare ai festival sono varie, e non è il caso di generalizzare o di pensare che la gente vada lì per dire che c’era e farlo sapere sui social.

Il punto non è come la viviamo noi: sono piuttosto sicuro che qualcuno dei presenti, più di qualcuno, gli Idays se si sia goduti appieno. Non ho dubbi, perchè è capitato anche a me. Tuttavia, mi permetto di aggiungere, il punto che secondo me sfugge a molte delle polemiche sul tema – i rincari dei biglietti, la qualità del live stesso, i prezzi spaventosamente più alti – sono anch’esse fuorvianti e parziali. Se andiamo a vedere, ad esempio, ci sono sempre gli stessi promoter ad organizzare gli eventi rock e metal: tipicamente si tratta di Live Nation/Ticketmaster e TicketOne. Poche le eccezioni, a meno che uno non volesse paragonare il festival con Napalm Death e 7 Minutes Of Nausea con una data qualsiasi di WASP o Guns’n roses. Non scherziamo, insomma. Ovviamente non è questione di suprematismo di genere (personalmente amo i Napalm Death, ad esempio): è questione che sono cose differenti e, sia detto per inciso, per fortuna l’underground è ancora organizzato bene anche in Italia. Ma non possiamo neanche paragonare pere con mele, quello è il senso.

Il prezzo dei concerti dei gruppi più famosi, per dirla così, non è nemmeno anomalo: gli stessi tour — Judas Priest, Iron Maiden e via dicendo — costano cifre comparabili in Italia, Francia, Regno Unito, Spagna, Germania. Costano tanto, certo, ma costano tanto ovunque o quasi. Non mi sembrerebbe più, come anni fa, un problema geografico, in cui bastava andare all’estero e magicamente risparmiavi. A parte i rincari sui viaggi, che sono pesantissimi, e sono stretta attualità. Non è nemmeno soltanto un problema di monopolio,  per quanto quel monopolio esista e abbia un peso.

Il problema mi sembra, semmai, lo schema di differenziazione dei biglietti sulla base della visibilità, della experience, della possibilità di un aperitivo con Phil Anselmo (è solo un esempio ipotetico, chiaramente), del disagio che proverai durante l’attesa, dell’udibilità stessa in alcuni casi (non lo scrivono, ma spesso è così). E dire che una volta mi capitò ad un concerto dei Dream Theater, un po’ di anni fa: mi ritrovai ad avere la visuale ostruita quasi del tutto dall’architettura del posto, costretto a cambiare posizione e a vedere gran parte del concerto in piedi. Ma questa era l’eccezione, non la regola.

Oggi è esattamente il contrario, perchè ti stanno vendendo la experience – maledetto marketing – di vedere la tua band preferita mentre suona dal vivo, e con un po’ di fortuna potrai fare un bel video per generare l’invidia di chi non c’era. Poi cosa altro pretendevi, voglio dire?

Lo spostamento a cui assistiamo per lo più inermi è molto sottile, a mio avviso: è cambiato cosa viene venduto a titolo di “biglietto di un concerto”, in particolare di un festival estivo, direi. Un tempo compravi l’accesso a un evento live e la promessa era: vedrai e sentirai X, Y, Z. Oggi compri l’accesso a un perimetro geografico in un momento storico specifico, e la promessa è diversa: poter dire che c’eri. Il resto – se senti bene, se finisci per vedere quasi tutto il live su uno schermo o con la visuale occultata, se il suono che ti arriva assomiglia a un rumore di fondo, se la calca di persone è stata gestita malamente, se non paghi qualcosina in più per avere soltanto il diritto di viverti la serata sotto al palco – diventa tutto secondario. Io contesterei più questo, a conti fatti. O almeno, eviterei di passare le ore su booking a cercare un alloggio a prezzi decenti (spoiler: neanche quello si trova più), eviterei di improvvisarmi  broker finanziario per cercare la data degli Iron Maiden in un sottobosco extra UE, in modo da fare il dispetto a chi organizza a Bologna o Milano dove eventualmente mi sarebbe costato il doppio. Certo lo spirito pioneristico del cercare concerti ovunque non dovrebbe mai morire, ma non posso nascondere che – da un paio di anni – a me è molto passata la voglia di fare quel tipo di ricerche.

Non amo nemmeno l’idea che la prima fila si debba “guadagnare”, in effetti. Mi è sempre sembrato un vago. darwinismo sociale, una gara di resistenza fisica, oggi non lo farei mai – ma non nascondo che a meno di trent’anni l’ho fatto, a volte. È il meccanismo organizzativo, semmai, a essere corrotto e confondente: con la scusa di dividere l’area sotto il palco anche per motivi di sicurezza, oggi hanno smembrato in Pit Silver, Pit Gold, Zona Proletariato, Pit Premium con vetro offuscato, “vis. laterale”, “vis. limitata numerata” e via frammentando. Non riesco a credere, da utopista musicale quale mi reputo, che anche la nostra musica preferita possa averci fatto uno scherzo del genere, tra promoter che fanno spallucce quando ti lamenti e artisti che, con pochissime eccezioni, fingono che il problema non esista.  In fondo, purtroppo, è la politica coerente di chi – al posto di un ticket – ha iniziato a venderti un grado di certificazione di presenza. Poi ovviamente c’è pure l’aspetto social: il concerto genera il contenuto (foto, storie, tag geografico) che a sua volta genera FOMO in chi lo guarda da casa, che a sua volta genera desiderio per l’edizione successiva, in cui si tornerà a pagare per un’esperienza che serve a generare altro contenuto. Il concerto non è più il fine dell’operazione: è il pretesto che rende legittimo — e monetizzabile — l’atto di dire “io c’ero”. Ma non è un problema di pubblico e non voglio scaricarlo sul pubblico, anche perchè ne faccio ancora parte, in teoria.

Sono solo speculazioni. È anche uno sfogo, credo. Non scrivevo su SDM da anni, in effetti, ma stasera era davvero necessario. Mi auguro che non sia davvero come ho scritto, e che ci siano spiragli nel futuro.