TEMPERANCE – Arcani

TEMPERANCE – Arcani

Tra virtuosismo, teatralità e il rischio di aver già sentito tutto

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che mi sono seduta a scrivere una recensione. Anni di inattività, ascolti accumulati e opinioni rimaste spesso confinate alle conversazioni tra appassionati. Con Arcani dei Temperance torno a mettere nero su bianco le mie impressioni: non proprio un esordio, dunque, ma una ripresa che preferisce la sincerità all’entusiasmo di circostanza. Perché se c’è una cosa che il metal ci ha insegnato, è che suonare bene non significa necessariamente avere qualcosa di nuovo da dire.

Nati in Italia nel 2013, i Temperance si sono ritagliati uno spazio nel panorama melodic e symphonic power metal grazie alla combinazione di riff energici, melodie immediate, contaminazioni elettroniche e un articolato gioco di voci. Nel corso della loro carriera hanno attraversato diversi cambi di formazione, mantenendo Marco Pastorino come principale riferimento compositivo. Dopo le prime pubblicazioni con Scarlet Records, il gruppo è approdato a Napalm Records, etichetta indipendente austriaca fondata nel 1992 e diventata negli anni un punto di riferimento internazionale per numerose declinazioni del rock e del metal. Arcani, ottavo album in studio della band, è in arrivo il 16 ottobre 2026 e consolida una formazione che comprende Pastorino, Michele Guaitoli, Kristin Starkey, Luca Negro e il batterista Marco Sacchetto, al suo debutto discografico con il gruppo.

Il precedente Hermitage – Daruma’s Eyes Pt. 2 aveva esplorato una dimensione narrativa e sinfonica particolarmente elaborata. Con Arcani, i Temperance scelgono invece una formula più diretta, affidando a tredici brani ispirati agli Arcani Maggiori dei Tarocchi una cornice tematica comune, senza costruire un concept album in senso stretto. L’idea è interessante: le carte rappresentano archetipi, trasformazioni e conflitti interiori che potrebbero prestarsi a interpretazioni musicali anche molto distanti tra loro. Il problema è che un immaginario ricco di possibilità non garantisce, da solo, una scrittura altrettanto audace.

Il viaggio comincia, ma la destinazione è familiare

The Fool apre il disco con un’introduzione solenne, un crescendo che prepara il terreno a un ritornello efficace e a una cavalcata power metal sostenuta dalla doppia cassa. Il brano svolge egregiamente la funzione di apertura, stabilendo coordinate sonore e atmosfera. Manca, però, quel dettaglio capace di trasformare un buon biglietto da visita in una dichiarazione d’identità. È tutto al posto giusto, forse persino troppo.

Con The Magician: Into the Fire la componente melodica e cinematografica prende il sopravvento. L’alternanza delle voci e l’impostazione corale contribuiscono a costruire un pezzo immediato, ma certe soluzioni riportano alla mente territori già frequentati dal symphonic power metal europeo. Non è un problema di competenza, quanto di personalità: i Temperance padroneggiano il linguaggio, ma non sempre riescono a piegarlo a una voce davvero propria.

Death: Right Before We Die è uno dei brani più interessanti sul piano emotivo. La melodia, meno aggressiva e più raccolta, si sviluppa attorno a un episodio realmente vissuto dalla band: durante una cena a Tallinn, nel corso del Sabaton Cruise del 2024, il ristorante in cui si trovavano prese fuoco. L’esperienza ha ispirato la composizione del brano, che affronta il tema della mortalità e della precarietà dell’esistenza attraverso il valore dei legami umani. Il risultato funziona soprattutto nell’intreccio vocale e nella progressione emotiva, anche se l’impianto epico e le aperture melodrammatiche richiamano formule consolidate, con qualche inevitabile associazione ai Kamelot. La storia dietro la canzone aggiunge spessore, ma non tutte le soluzioni musicali riescono a restituirne la stessa intensità.

Kristin Starkey: la carta più convincente

Se c’è un elemento che contribuisce a dare carattere a Arcani, è Kristin Starkey. La cantante americana possiede una vocalità versatile, capace di passare da registri melodici e solenni a un’impostazione più ruvida, aggressiva e vicina all’hard rock. È una risorsa che il gruppo sfrutta con intelligenza, soprattutto quando abbandona temporaneamente il proprio territorio più prevedibile.

The Tower: Lean Into Fear rappresenta il cambio di prospettiva più evidente. Il riffing si fa più diretto, l’atmosfera vira verso l’hard rock e l’energia della cantante diventa il centro della composizione. Per certi passaggi, la combinazione di groove e accenti vocali ha quasi qualcosa di un tributo a Janet Jackson filtrato attraverso il metal. Una deviazione curiosa, persino spiazzante, che dimostra quanto Starkey possa ampliare il vocabolario della band.

È un peccato che questa libertà non diventi più spesso il punto di partenza per un’identità sonora autonoma. La varietà c’è, ma rischia di restare un esercizio di stile: cambiare registro non equivale necessariamente a trovare una direzione.

The Devil: Sin, Sin, Sin insiste sulla teatralità e sull’impatto scenico. L’introduzione e la costruzione melodica possono richiamare i Nightwish, mentre l’enfasi interpretativa e il gusto per il dramma evocano i Sonata Arctica più teatrali, fino a sfiorare l’immaginario di The Phantom of the Opera nei vocalismi conclusivi. Il risultato è spettacolare, ma anche piuttosto carico. Quando ogni passaggio sembra progettato per diventare il momento culminante del brano, il rischio è che nessuno lo diventi davvero. La differenza tra intensità e sovraccarico è sottile, e i Temperance talvolta la attraversano senza accorgersene.

Quando la forma prevale sulla sostanza

Temperance: Forgiveness si inserisce con naturalezza dopo il brano precedente, quasi riprendendone il discorso emotivo. È uno dei collegamenti più riusciti della scaletta, perché dimostra come la sequenza dei brani possa creare continuità senza bisogno di forzare il concept. Qui la band appare più consapevole delle proprie dinamiche, meno dipendente dalla necessità di alzare continuamente il volume emotivo.

Con The Chariot: Alla Ricerca dell’America torna anche l’italiano, inserito in una struttura che alterna lingue e registri vocali. L’idea aggiunge una sfumatura personale al disco e contribuisce a spezzare la prevedibilità di una scaletta altrimenti molto legata ai codici del genere. È uno dei momenti in cui l’identità dei Temperance emerge con maggiore chiarezza: non perché il brano rivoluzioni il linguaggio del gruppo, ma perché introduce una scelta narrativa riconoscibile.

Justice: Shame & Glory prosegue sulla strada dell’immediatezza, con una struttura pensata per colpire rapidamente. The Star: Surrender Control, invece, presenta richiami melodici che possono ricondurre a Right Before We Die, creando una sorta di continuità interna.

Wheel of Fortune: Come and Call Me riporta in primo piano synth, ritmiche sostenute e atmosfere da cavalcata sinfonica. Sono brani ben costruiti, ma il loro susseguirsi mette in evidenza uno dei limiti principali dell’album: la tendenza a riproporre soluzioni già efficaci invece di metterle realmente in discussione.

La ruota gira, insomma. Resta da capire quanto si stia davvero avanzando.

Il discorso si fa più interessante con The Hanged Man: Petrichor, che alterna passaggi acustici, aperture liriche e momenti più aggressivi, mettendo alla prova le possibilità espressive di Starkey. È probabilmente uno dei brani che meglio dimostrano quanto la band potrebbe ottenere da una scrittura meno prevedibile e più disposta a lasciare convivere tensioni diverse. Anche The Moon: The Man of Moonlight contribuisce alla varietà del disco, mentre The World chiude il percorso con una dimensione acustica essenziale, affidata soprattutto alla voce. Quest’ultima scelta è significativa: dopo tanta orchestrazione, cori e costruzioni solenni, ridurre gli elementi all’essenziale permette finalmente all’interpretazione di respirare senza dover competere con l’arrangiamento.

Un’identità ancora in costruzione

Il punto non è accusare i Temperance di essere derivativi semplicemente perché appartengono a un genere codificato. Nightwish, Kamelot, Sonata Arctica e molti altri hanno contribuito a definire un linguaggio che continua a offrire possibilità espressive. Le influenze sono inevitabili e, in molti casi, persino desiderabili. Diventano un limite quando l’ascoltatore riesce a riconoscere più facilmente le coordinate di riferimento che la personalità di chi le sta utilizzando.

In Arcani si percepiscono una buona preparazione tecnica, arrangiamenti curati e una produzione che valorizza le diverse componenti della band. Le voci sono ben gestite, la batteria di Marco Sacchetto si inserisce con solidità e la scrittura di Pastorino conferma una notevole familiarità con le strutture melodiche del genere. Non siamo davanti a un disco improvvisato o privo di idee. Al contrario, il problema è che le idee sembrano spesso fermarsi un passo prima di diventare qualcosa di veramente distintivo.

Il concept dei Tarocchi avrebbe potuto offrire l’occasione per sperimentare con contrasti più radicali, atmosfere meno convenzionali e strutture capaci di rispecchiare l’ambiguità dei simboli evocati. Invece, molte delle carte finiscono per essere tradotte attraverso un vocabolario sonoro già noto: l’epicità per il viaggio, la teatralità per il conflitto, la cavalcata per la trasformazione. Tutto comprensibile, certo, ma anche piuttosto prevedibile.

La sensazione è che i Temperance abbiano già a disposizione gli strumenti per compiere un salto qualitativo sul piano dell’identità, ma non abbiano ancora deciso fino a che punto rischiare per farlo. La presenza di Starkey apre possibilità interessanti; la varietà stilistica dimostra che la band non è prigioniera di una sola formula. Eppure, proprio quando potrebbe spingersi verso una sintesi personale, Arcani torna spesso su territori rassicuranti.

Verdetto finale

Arcani è un disco ben eseguito, accessibile e sufficientemente vario da mantenere viva l’attenzione degli appassionati di melodic e symphonic power metal. Offre momenti convincenti, valorizza le capacità vocali della formazione e dimostra che i Temperance conoscono perfettamente i meccanismi del genere.

Quello che manca è il coraggio di andare oltre la competenza. L’idea degli Arcani è stimolante, ma avrebbe meritato uno sviluppo musicale più personale, meno dipendente da formule già collaudate. La band possiede tecnica, mestiere e buone risorse interpretative; deve ancora definire con maggiore precisione il proprio marchio di fabbrica, quella combinazione di sonorità, scelte compositive e attitudine che renda un suo brano riconoscibile prima ancora di leggere il nome sulla copertina.

Perché tra saper costruire un buon disco e avere qualcosa di esclusivamente proprio esiste una differenza sostanziale. Arcani dimostra che i Temperance sanno fare bene il primo. Sul secondo, la partita è ancora aperta.

Valutazione: buona esecuzione, identità da consolidare.

 

A cura di Caterina Potenti