LA DISPUTE – No One Was Driving The Car
C’è una frase in un rapporto di polizia del 2021 — “no one was driving the car” — pronunciata da un agente di fronte ai resti di un incidente con una Tesla a guida autonoma. Jordan Dreyer la legge su un giornale e ci vede dentro qualcosa che non riesce a smettere di guardare: l’immagine perfetta di un’epoca in cui le macchine si muovono da sole e noi stiamo solo a guardare. Sei anni dopo Panorama, La Dispute tornano con il loro quinto album, e lo fanno come se quei sei anni fossero stati una lunga trattenuta del respiro.
No One Was Driving The Car è un’opera-mondo: cinque atti, quattordici tracce, sessantacinque minuti ambientati a Grand Rapids, Michigan — la città in cui la band è cresciuta — come scenario di un collasso che è allo stesso tempo personale, comunitario e apocalittico. Non è un disco concettuale nel senso pomposo del termine. È più simile a una serie di scene, ognuna abitata da personaggi reali o plausibili, dove il privato e il politico si mescolano senza avvisare, come nella vita.
L’apertura I Shaved My Head stabilisce il registro in pochi secondi: Dreyer che speak-canta sopra chitarre asciutte e tese, “I longed for end times coming” — non come provocazione, ma come confessione stanca. È il tipo di frase che funziona solo quando viene da qualcuno che ci crede davvero, e lui ci crede. Man with Hands and Ankles Bound è dove il disco mostra i muscoli per la prima volta: parte veloce e tagliente, costruisce verso una ripetizione ossessiva del titolo che si fa mantra, e poi esplode in un breakdown che arriva come una liberazione — o come una resa, a seconda di quanto sei disposto a lasciartelo fare.
Il centro dell’album è Environmental Catastrophe Film, dieci minuti che sono probabilmente il brano più ambizioso che la band abbia mai scritto: un leviatano di chitarre, dinamiche post-rock e lirismo apocalittico che trascina dentro senza che tu te ne accorga, come una corrente. Top-Sellers Banquet raggiunge la stessa intensità da un’altra direzione, con un’architettura progressiva che si prende tutto il tempo necessario prima di colpirti. Sibling Fistfight at Mom’s Fiftieth / The Un-Sound è dove il collettivo diventa personale nel modo più diretto — familiare, doloroso, riconoscibile — e I Dreamt of a Room with All My Friends I Could Not Get In fa quello che solo i migliori brani dei La Dispute sanno fare: lavorarti dall’interno lentamente, senza che tu te ne accorga, finché sei già distrutto.
Il quinto atto rallenta il respiro. Saturation Diver costruisce dall’acustico verso stratificazioni elettriche e frammenti di feedback. La title track e End Times Sermon chiudono in modo quasi sommesso — strumentalmente meno densi di quello che è venuto prima, ma emotivamente precisi, con quella campionatura finale di una voce che chiede che tipo di domani avranno i propri nipoti. Non è una conclusione trionfale. Non vuole esserlo.
L’unico punto in cui il disco mostra qualche cedimento è nella zona mediana, dove l’intensità accumulata rischia di diventare uniforme e la voce e le parole di Dreyer, che sono il cuore pulsante di tutto, faticano a trovare variazioni abbastanza nette da mantenere la tensione alta per l’intera durata. Ma è il prezzo di un’ambizione che in quasi nessun altro posto nel post-hardcore del 2025 qualcuno si è preso la briga di pagare.
No One Was Driving The Car non è un disco che ti lascia con risposte. Ti lascia con la sensazione precisa di stare in un’auto di notte, qualcuno addormentato accanto a te, e la curva avanti che non sai dove porta. Il controllo è un’illusione, dice Dreyer. La cosa più onesta che puoi fare è ammettere che stai guidando comunque.
A cura di Antonello Sambucci