L’anima del Prog non invecchia: photoreport del 2Days Prog+1 Festival 2026
Il rito di fine estate del 2Days Prog +1 si riconferma, anche nel 2026, il centro di gravità permanente per gli amanti delle sonorità complesse. Sul palco del Campo Sportivo di Revislate è andato in scena un compendio di tecnica, nostalgia e avanguardia, dimostrando come il progressive rock sia un linguaggio vivo, privo di barriere generazionali.
Un’assenza forzata per impegni logistici mi ha impedito di presenziare alla prima serata — che ha visto scendere in campo Black Pie, Anaïd, Voyage 35 e i maestri dello Swedish prog-metal Soen — ma il weekend ci ha ripagato con una maratona sonora memorabile.
Day 2 – Sabato 5 settembre: la leggenda dei Jethro Tull con Martin Barre e il folk dei Ritual…
Ottone Pesante
Il sabato ha visto andare in scena una parata di tecnica e nostalgia di altissimo livello. A rompere il ghiaccio sono stati i devastanti e sperimentali Ottone Pesante. La loro performance è stata un’esperienza sonora e visiva “spiazzante”, un vero e proprio cortocircuito musicale che ha distrutto ogni barriera tra generi.
Immaginate la violenza impattante del metal estremo (tra grindcore, thrash e death metal) suonata interamente senza chitarre né basso, ma solo da una tromba, un trombone e una batteria. L’impatto iniziale è quasi teatrale nella sua assurdità tecnica: sul palco si vede solo una batteria e due musicisti con gli ottoni in mano. Ma non appena il live è cominciato, l’illusione “jazz” o “bandistica” svanisce. La tromba (Paolo Raineri) e il trombone (Francesco Bucci) sono pesantemente effettati con distorsori, delay e pedalini tipici dei chitarristi metal. Il suono che esce dagli amplificatori è enorme, acido, saturo e incredibilmente pesante, sorretto dal drumming forsennato, tecnico e velocissimo di Beppe Mondini alla batteria.
The Samurai of Prog
A seguire il super-gruppo finlandese The Samurai of Prog, capaci di trasportare i presenti in un viaggio sinfonico d’altri tempi grazie a un virtuosismo senza confini. La loro esibizione è stata un evento storico e unico nel suo genere, dato che la band è nata originariamente come un “super progetto” collettivo da studio e ha intrapreso il suo primissimo tour live europeo proprio questo mese sul palco del 2Days Prog+1.
La performance ha offerto una vera e propria immersione in sonorità orchestrali e cinematografiche, caratterizzate da strutture musicali articolate, continui cambi di tempo ed atmosfere epiche tratte dai loro concept album. Ogni singolo brano è stato vissuto come un viaggio nel tempo e nello spazio, arricchito da riferimenti a leggende, letteratura classica e proiezioni grafiche mozzafiato che richiamano lo stile fantasy dei loro artwork. Il nucleo storico da studio si è affidato dal vivo ad una formazione di musicisti straordinari, guidata dallo storico batterista finlandese Kimmo Pörsti.
La line-up ufficiale per i concerti europei ha incluso Marco Grieco alle tastiere (compositore e pilastro fondamentale degli arrangiamenti), Bona Bo-Anders Sandström alla voce solista, Jan-Olof Strandberg al basso, Toni “Tony Riveryman” Jokinen alla chitarra e Risto Sakari Salmi ai fiati (sassofono, flauti ed EWI).
Particolarità anche di questo concerto dei The Samurai of Prog ha visto l’alternanza di ospiti speciali, fedele allo spirito collaborativo che li contraddistingue da sempre. Nella data italiana, sul palco è salita anche la polistrumentista e cantante Elisa Montaldo (fondatrice de Il Tempio delle Clessidre) per interpretare i brani scritti insieme alla band negli anni.
Una parata di puro virtuosismo strumentale dove organi vintage, Moog, assoli di chitarra fulminanti e intrecci lirici di fiati hanno dominato la scena per la gioia dei puristi del prog rock classico settantiano.
Ritual
Il palco passa poi agli svedesi Ritual, i quali hanno letteralmente incantato il campo sportivo con il loro magnetico folk-prog viscerale, in quello che molti hanno definito uno dei momenti emotivamente più alti del festival. Sul palco la band ha proposto un folk progressivo viscerale, ricco di sfumature acustiche mescolate a improvvise sferzate rock-metal.
Nei loro brani c’è un forte richiamo all’immaginario fantastico e folcloristico dei paesi nordici, con un songwriting tecnico ma immediato. Il loro spettacolo si è trasformato rapidamente in un rito collettivo guidato dall’entusiasmo dei musicisti, che mostrano una fortissima sintonia e un’evidente gioia nel suonare dal vivo, riuscendo a trasmettere un’ondata di energia positiva al pubblico.
Jethro Tull ‘s Martin Barre
La chiusura è stata monumentale: Martin Barre, storico chitarrista dei Jethro Tull, è salito sul palco accompagnato dalla sua band. L’artista ha scatenato l’entusiasmo collettivo rispolverando i leggendari classici della band madre, dimostrando una forma invidiabile e regalando assoli fulminanti che hanno fatto cantare l’intera arena; unendo generazioni diverse sotto il segno del rock classico. La sua chitarra ha saputo mantenere intatta tutta la sua storica e iconica ruvidezza. Il suo stile è un mix perfetto di riff granitici, power chord storici e assoli melodici che volano alti, esattamente come nei dischi che hanno fatto la storia.
Ad accompagnarlo c’è la sua formazione fidata, che include musicisti d’eccezione come Dan Crisp alla voce (con un timbro vocale molto simile a quello di Ian Anderson), Alan Thomson al basso e Terl Bryant alla batteria. Il concerto è stato incentrato su di un repertorio principalmente basato sui pezzi più noti dei Jethro Tull, alternando pezzi famosissimi a perle rare che la band madre non suonava da tempo on stage.
Day 3 – Domenica 6 settembre: con l’eclettismo di Todd Rundgren che chiude il sipario…
Limite Acque Sicure
La giornata conclusiva ha mantenuto standard altissimi, virando verso sonorità più d’atmosfera ed eclettiche. I Limite Acque Sicure hanno aperto la sponda tricolore della giornata. La band di Ferrara, nata inizialmente come tributo all’iconico Banco del Mutuo Soccorso, ha portato sul palco un live strutturato e d’impatto, modellato sui loro lavori in studio, tra cui l’album d’esordio omonimo e il concept Un’altra mano di carte.
Il loro concerto è stato un’immersione totale nel rock progressivo italiano, un’esperienza teatrale e vibrante che ha saputo unire la complessità tecnica degli anni ’70 a una forte spinta moderna e heavy. Uno dei punti di forza del live è l’intreccio vocale. La voce teatrale, matura e viscerale del cantante Andrea Chendi si è contrapposta a quella nitida, sicura e suggestiva di Ambra Bianchi, creando una dinamica continuamente emotiva.
Half Past Four
A seguire, il timone passa all’alt-prog energico dei canadesi Half Past Four. La celebre formazione, originaria di Toronto, è stata un’esperienza live travolgente, bizzarra e fortemente teatrale.
La band descrive spesso la propria energia sul palco come un manifesto del “weird-is-good” (il bizzarro è cosa buona). Assistere a un loro spettacolo significa entrare in un vortice di complessità tecnica, improvvisazioni jazz ed una totale assurdità musicale. Il fulcro visivo ed emotivo dello loro show è stata la carismatica cantante Kyree Vibrant. Fedele al suo cognome, questa domina la scena con una forte presenza e un’espressività drammatica, interpretando i testi (spesso surreali o poetici) come se si trovasse sul palco di un’opera avantgarde. La scaletta ha spaziato dai classici del loro debutto Rabbit in the Vestibule fino alle tracce del loro album del 2025, Finding Time.
L’impatto sonoro della performance è stato garantito dalla precisione millimetrica dei musicisti: Igor Kurtzman ha tessuto trame intricate alle tastiere e ai sintetizzatori, alternando atmosfere sinfoniche a virtuosismi quasi satirici, Dmitry Lesov ha creato linee di basso profonde e intricate, Boris Kalantyr ha graffiato il suono con assoli di chitarra taglienti, supportato dalla batteria dinamica di Roberto Bitti.
Paatos
Prime dell’headliner è il turno dei Paatos, celebre band svedese di progressive/art rock. La loro esibizione live è stata un’esperienza profondamente immersiva, caratterizzata da un mix unico di malinconia nordica, atmosfere sognanti ed esplosioni di energia cinematografica.
I Paatos definiscono la propria musica “Cinematic Rock”, e i loro concerti riflettono fedelmente questa visione. Sul palco del 2Days Prog+1 le luci erano spesso soffuse e mirate a creare un contrasto intimo tra ombre e bagliori che avvolgevano i musicisti. Non erano presenti scenografie o gesti plateali; tutto si è concentrato sulla tensione sentimentale e sulla densità della musica.
Al centro del palco e dell’attenzione c’era la front woman Petronella Nettermalm. La sua presenza è stata magnetica pur nella sua compostezza. Ha cantato con gesti minimali, ma con una forza espressiva straordinaria, muovendosi con naturalezza tra sussurri eterei (che ricordano il trip-hop di Portishead o Massive Attack) e improvvisi graffi drammatici e potenti.
Aver assistito ad un live dei Paatos è stato come lasciarsi trasportare in un viaggio sonoro intimo e ipnotico, dove la tecnica prog non è mai fine a sé stessa, ma è interamente al servizio della suggestione e del sentimento.
Todd Rundgren
Il gran finale ha portato sul palco del Veruno Prog una vera e propria leggenda della musica mondiale: lo statunitense Todd Rundgren. Il poliedrico artista, lontano dai palchi italiani da quasi vent’anni, ha offerto uno show istrionico e imprevedibile. Attraversando sessant’anni di carriera, dalle sue origini psichedeliche fino alle sue più celebri hit pop d’avanguardia, Rundgren ha chiuso il festival con una nota di pura classe e genialità transgenere, lasciando il pubblico visibilmente emozionato.
Appena salito sul palco, l’impatto visivo e l’energia colpisce subito il pubblico. Todd si è presentato con un abito stravagante, occhiali da sole iconici e, nonostante l’età, un’energia invidiabile. Non è un performer che si limita a eseguire i brani, ma ha interagito con il pubblico arricchedno tutto con ironia pungente, aneddoti e un atteggiamento da scienziato pazzo della musica. I momenti di pura emozione sono stati quelli legati ai classici immortali come Hello It’s Me e I Saw the Light, dove è emersa la sua straordinaria sensibilità per le melodie.
Rundgren, sul palco, ha saputo spiazzare i fan storici con lunghe sezioni strumentali, sintetizzatori audaci e virate verso il prog rock più puro (che ha richiamato i tempi della sua band, gli Utopia). Lui è un chitarrista fenomenale e quando imbraccia la sua sei corde per i soli, lo show si è trasformato in un set rock potente e trascinante. Aver assistito al suo live è stato come trovarsi davanti a un autentico pioniere senza alcuna intenzione di appendere la chitarra al chiodo.
Uno spettacolo che ha saputo unire la raffinatezza tecnica dei grandi polistrumentisti all’energia grezza del rock ‘n’ roll.
Le dodici esibizioni complessive confermano la maturità di una manifestazione sorretta da una macchina organizzativa e da un’acustica eccellenti. La redazione di Suoni Distorti Magazine ringrazia Alberto Temporelli e Octavia Brown per l’ospitalità e la dedizione nel mantenere la location di Revislate un punto di riferimento per la comunità prog internazionale.
A cura di Pino Panetta
