MUSEO ROSENBACH – Zarathustra

Considerato uno dei migliori dischi italiani del genere, “Zarathustra” fu composto e suonato da musicisti liguri di grande livello – Alberto Moreno al basso e mellotron, Giancarlo Golzi alla batteria, Marco Balbo alla chitarra, Marioluca Bariona alla tastiera e Andrea Biancheri alla voce. Influenzato da un lato dal rock classico di Who e di Hendrix e, dall’altro, dalle produzione del Banco del mutuo soccorso e soci, si tratta di un disco del 1973 uscito in un clima particolarmente prolifico per il rock sinfonico (altresì detto progressive). Il ruscello di rose – traduzione letterale del nome Museo Rosenbach – da’ alle stampe questo lavoro durante un’annata decisamente “viva” per il genere – e non soltanto in Italia, com’è noto; si può dire senza temere smentite clamorose che si tratta di uno dei migliori dischi del periodo che fa compagnia ad almeno altri due: “In The Court Of Crimson King” dei King Crimson ed il disco di esordio del Banco del Mutuo Soccorso. Suonato con grande perizia e senza mai eccedere in virtuosismi fini a se stessi, le doti della band sono ivi distribuite in otto brani che realizzano un concept sul pensiero di Nietzsche, realizzando un disco di grande spessore che si fa ascoltare con estremo interesse anche oggi. “Zarathustra” venne sostanzialmente “censurato” dalla critica dell’epoca, passando quindi un po’ in sordina rispetto agli altri lavori di questo genere, e ciò nonostante i presupposti apertamente anticonformistici e lontani dalla “solita musica”. Instaurando una struttura ritmica che abolisce costituzionalmente il 4/4 e finisce per instaurare melodie magiche  fatte di mellotron e tastiere, il disco vive con orgoglio la propria indipendenza e, come accennavo poco fa, anche un certo fattore di isolamento e solitudine. Questo non soltanto per via dello sviluppo di tematiche prettamente nichiliste imposte dagli scritti del filosofo tedesco, ma anche per un certo clima di boicottaggio che il disco attraversò per come questi topic vennero sviluppati, esaltando la figura superomistica – “vivo il superuomo” – e venendo sostanzialmente fraintesi da pubblico e critica (che interpretò i loro testi come declinazioni filo-naziste). Se da un lato quindi i contenuti dei testi si ispiravano a “Così Parlò Zarathustra” – l’eremita che si era ritirato su di una montagna per sfuggire alla mediocrità e l’ipocrisia degli uomini – si testimonia, quasi paradossalmente, l’impossibilità per l’uomo di sfuggire a critiche e polemiche (anche quando sterili o gratuite): il collage della copertina, con una foto di Mussolini in bella vista, certamente non aiutò la band a smentire certe simpatie politiche, per quanto a livello prettamente testuale si trattasse di riferimenti velati, aperti a varie interpretazioni e mai dichiaratamente politici (come faceva, invece, la cosiddetta “musica alternativa” dichiaratamente di destra). L’atmosfera oscura che pervade “Zarathustra” sorprende ancora oggi, e brucia le tempistiche a cui certa critica ci ha velatamente accennato, abituandoci a considerare le influenze “zeppeliniane” o “purple-iane” al di sopra di qualsiasi altra cosa. La realtà probabilmente non si distacca troppo da quel modello, per quanto un disco del genere nella prima metà degli anni 70 ponesse un contributo molto importante – e tutt’altro che trascurabile – allo sviluppo del rock di qualità in generale e, ovviamente, anche di un certo tipo di heavy metal.

Non posso più cercare una via poiché la stessa ricalcherò.
Muoio, senza sperare che poi qualcosa nasca qualcosa cambi. (Dell’eterno ritorno)

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