MINISTRY – The Land of Rape and Honey

MINISTRY – The Land of Rape and Honey

8 Agosto 2013 Off Di Salvatore "Headwolf" Capolupo

The Land of Rape and Honey è il terzo album dei Ministry, uscito nell’ottobre 1988, con due singoli di lancio (Stigmata, destinata a diventare uno dei cavalli di battaglia dei Ministry, e Flashback) e carico di innovazione, novità e sperimentazione. Il curioso titolo dell’album deriva dallo slogan del Tisdale (Canada), per l’appunto “The Land of Rape and Honey“, ovvero “la terra della colza e del miele“. Probabilmente il nome piacque alla band dopo averlo letto su un souvenir del posto, per quanto è possibile che persista un’assonanza provocatoria tra rape (inteso come rapeseed, cioè colza) e rape tradotto letteralmente (stupro).

Subito dopo l’iniziale parentesi con With Simpathy (celebre il video di Revenge, a tale riguardo) e Twitch, i Ministry si sbarazzano del precedente repertorio synth-pop e realizzano un disco apertamente industrial, dalle atmosfere gelide e l’andamento marziale. Come già, del resto, facevano in quegli anni “colleghi” celebri quali Skinny Puppy, KMFDM o Einstürzende Neubauten, immersi all’interno di scenari post apocalittici e disumanizzati, realizzando un lavoro di sostanziale destabilizzazione del rock.

La figura della band tradizionale con un chitarrista “caldo”, virtuoso e possibilmente sexy viene demolita programmaticamente da figure oscure, senza volto, folli e decadenti, probabilmente contaminate fin dalle viscere da malevoli microchip. È qui che, peraltro, esce fuori un concetto di “rumorismo” decisamente più evoluto rispetto alle origini del genere (Throbbing Gristle), senza contare che è forse una delle prime volte che metal ed hardcore vengono ad essere apertamente contaminati in un contesto cibernetico (Stigmata). “The Land of Rape and Honey“, manifesto di questo “anno zero” della musica industrial – definizione di Scaruffi – è anche il titolo di una devastante title-track, ossessiva ed elettronica, capace di mettere in risalto la voce gutturale, disperata e nevrotica di Jourgensen. Non ci sono altresì dubbi che band popolari come i Marylin Manson, specialmente in alcuni dischi, abbiano apertamente preso spunto dalle sonorità di questo lavoro per realizzare molti dei loro brani.

Un processo di assimilazione perfetto, quello di The Land of Rape and Honey, tra rock tradizionale e quella che fino ad allora poteva essere solo elettronica spensierata, una brutalizzazione del synth pop che avviene in due fasi ben distinte, a mio vedere: da un lato vi è l’inserimento di una chitarra elettrica, precedentemente assente, ed il contemporaneo inserimento di Paul Barker al basso, unico elemento ufficialmente inserito nei Ministry di allora. Un duo, composto da Jourgensen-Barker, capace di rivoltare come un guanto le convenzioni fino ad allora stabilite nel rock, e realizzare brani come “You know what you are” basati esclusivamente su un ritornello ipnotico ed un’atmosfera tanto malsana quanto calcolatissima.

Al Jourgensen scatena la propria creatività ed inserisce nel disco synth, tastiere, nastri, drum machine, dialoghi estratti da film (Per un pugno di dollari, Platoon, Aliens – Scontro finale ed altri ancora), bassi e chitarre distorte. Senza dimenticare nè rinnegare le proprie origini synth-pop, peraltro, cosa perfettamente udibile in “Destruction” – seppur nel suo incedere ossessivo, morboso e disperato – e non disdegnando elementi pregni di un certo oscuro ritualismo (Hizbollah).

È opinione comune, specie presso la maggiorparte della critica rock ufficiale, ritenere che gli anni ottanta siano stati molto poveri musicalmente, al più folkloristici nelle loro performance basate su elettronica o capelli cotonati:  “The land of rape and honey“, che molti si ostinano ad ignorare deliberatamente, è lì a dimostrare che queste persone si sbagliano, e anche di grosso. L’album fu accompagnato da un tour nel 1988, e dai video musicali dei brani Flashback e Stigmata, quest’ultima utilizzata nel film cyberpunk del 1990 Hardware.