MESHUGGAH – Koloss

I Meshuggah – espressione di una componente evoluta di metal tanto moderna quanto difficilmente catalogabile sotto un genere preciso – sono una di quelle band che possiede una produzione fin troppo sterminata (sono attivi dal 1988!), e questo – di fatto – finisce per creare un senso di “diluizione” (intesa come estrema dispersione) nell’ascoltatore. Il gran numero di produzioni non deve pero’ distrarre dall’ascolto di dischi come questo, e non solo per aver effettuato scelte davvero pioneristiche già diversi anni fa, ma perchè il sound dei Meshuggah crea davvero un senso di isolamento claustrofobico devastante, cosa che, in ambito non prettamente metal, solo i primi Throbbing Gristle erano riusciti a creare. Ovviamente una enorme perizia con gli strumenti, unita ad una produzione iper moderna e lontana dagli stereotipi del thrash metal programmaticamente old-school, rende il loro sound semplicemente unico, difficilmente imitabile dal primo musicista che passa per strada ma anche dal più attempato capellone con 20 anni di esperienza sulle spalle. Koloss non fa eccezione in tal senso, e ancora una volta la band di Jens Kidman traccia nettamente un solco divisorio dal resto del mondo musicale estremo, tanto da rendersi assolutamente ingestibili per chiunque li ascolti oggi. Ed è proprio questo il loro punto di forza: chi li conosce continuerà ad apprezzarne l’estro, la tecnica e le soluzioni irregolari, chi invece si pone agli antipodi difficilmente avrà modo di ricredersi. Koloss, piccola perla nel mare delle produzioni metal del 2012, non fa alcuna eccezione, per quanto appaia come un lavoro che riesce seriamente a colpire nel segno da subito, liberato com’è dai fardelli che rendevano oggettivamente un po’ pesante l’ascolto di uscite precedenti (penso ad ObZen, ad esempio). I pezzi più immediati del CD – che sono a mio avviso Marrow e The Demon’s name is surveillance – sono soltanto un piccolo intermezzo, relativamente light rispetto a quello che la band ha riservato nell’intero CD, che mostra nella sua interezza un grandissimo valore. Le consuete ritmiche taglienti, irregolari e claustrofobiche sono in questa nuova puntata della loro discografia decisamente esasperante, creando un impasto sonoro che risulta debole solo in alcuni brevi, brevissimi sprazzi. La vera novità, di fatto, sembra essere legata non tanto all’introduzione delle consuete suggestioni “meshugghiane” – “The hurt that finds you first” è emblematica in tal senso – quanto all’innesto inatteso di brevi episodi rallentati, oscuri e morbosi come non mai (l’ultimo minuto del succitato brano). E questo si adatta al clima apocalittico dell’intero lavoro, incentrato sulle manipolazioni di un’entità superiore sull’umanità (che potrebbe essere un dio come una “mano” economica invisibile e minacciosa), sempre attraverso i soliti testi criptici e inevitabilmente minacciosi. Di fatto l’unico limite di questa band, artefice di un nuovo CD ad un passo dal capolavoro, è proprio il suo ermetismo, che rischia di far sconfinare il gruppo nel limbo della vuota autoreferenzialità; ma questo è un “problema”, di fatto, che sussiste dai primissimi tempi, per cui probabilmente va bene, anzi benissimo, così. Koloss ridefinisce nel 2012, e lo scrivo senza retorica, il concetto di musica estrema non “commerciale”.

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