‘Lords of Chaos’: la recensione del film di Jonas Åkerlund

‘Lords of Chaos’: la recensione del film di Jonas Åkerlund

24 Febbraio 2019 0 Di Salvatore "Headwolf" Capolupo

Ho avuto modo di visionare Lords of Chaos, il controverso film incentrato sui fatti di sangue della scena black metal norvegese anni ’90, e quelle che seguono sono un po’ di considerazioni sul film e sui suoi contenuti (anche e soprattutto a livello di attitudine). C’è da dire che il film in Italia sembra non avere ancora trovato ufficialmente una distribuzione – finora si è visto solo a Torino al festival Seeyousound – ma sembra essere piuttosto sicuro che si vedrà nelle nostre sale tra qualche tempo (nelle sale inglesi uscirà il 29 marzo 2019).

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Anzitutto due parole su Jonas Åkerlund, batterista nella formazione primordiale dei Bathory poi passato alla regia di videoclip e film, tra cui per i The Prodigy (Smack my bitch up è stato girato da lui), Rammstein, Satyricon, Roxette, U2 e vari video dei Metallica. Il suo debutto visuale pare sia stato il video Bewitched dei Candlemass, per inciso, per cui parliamo di un personaggio molto vicino all’ambito del metal e quantomeno a conoscenza delle sue declinazioni tra generi, sottogeneri, leggende e miti. Pensare a Lords of Chaos come un film (o peggio un biopic, cosa che non è) sulla storia dei Mayhem sembra essere fuori luogo fin dalle prime scene: semmai si tratta di un film dedicato alla memoria di Øystein Aarseth ovvero Euronymous, personaggio centrale all’interno del film e tributato apertamente come vero fondatore del sottogenere black metal norvegese (true norvegian black metal).

Åkerlund, regista ed autore della sceneggiatura assieme a Dennis Magnusson (ispirati evidentemente dalla lettura del famoso libro dei giornalisti norvegesi Michael Moynihan e Didrik Søderlind, Lords of Chaos) sembra aver effettuato un lavoro a metà tra la ricostruzione filologica e la narrazione di fantasia: il tutto allo scopo di ricomporre una narrazione che, come ogni metallaro sa bene, è storicamente lacunosa (oltre che in molte parti contradditoria). Nel farlo, fin da subito, il regista mette le cose in chiaro: l’avviso iniziale di Lords of Chaos chiarisce che il film si basa su fatti realmente avvenuti, romanzati o che dovrebbero essere accaduti. In tal senso, quindi, qualsiasi lamentela sulla non aderenza alla realtà delle cose – che peraltro nessuno conosce, a quanto pare – viene messa da subito in secondo piano. Del resto nei primi anni 80 Jonas Åkerlund è stato batterista della prima formazione dei Bathory, ispirazione per molte band della corrente true norwegian black metal e che, nel 2018, ha dichiarato di aver abbandonato la scena perchè tendeva a prendersi troppo sul serio (He stated in a 2018 interview that when Black Metal culture developed in the 90’s and become “too serious”, he left the music scene and moved on to film-making).

L’avviso iniziale all’inizio del film

Il film non è incentrato propriamente sui Mayhem ma narra la storia del diciassettenne Øystein Aarseth, appassionato di metal e fondatore sia della band che del black metal norvegese, un genere particolarmente oscuro dai tratti essenziali: del tutto privo dei virtuosismi tipici dei musicisti dell’epoca, dai quali la scena tendeva a distaccarsi in maniera piuttosto esplicita, e concentrato sulla brutalità dell’esecuzione e sulla velocità delle ritmiche. Lords of Chaos racconta la storia delle origini della band, la registrazione dei primi brani, i cambi di formazione (non tutti, per la verità) e in particolare l’incontro tra Aarseth (dipinto come un metallaro dalle passioni di ogni genere, dalle più oscure alle più imprevedibili – il disco dei Tangerine Dream, ad esempio – che probabilmente suonava senza rendersi conto di stare segnando una svolta epocale nel genere) e Kristian Varg Vikernes (il creatore del progetto Burzum noto, da sempre, per le sue posizioni controverse, e che ha recentemente scontato il carcere per aver ucciso Aarseth). Quest’ultimo, peraltro, ha criticato la caratterizzazione che ne ha fatto Akerlund nel film, descrivendolo come un “power-hungry lunatic” (uno stramboide con manie di onnipotenza, pressappoco) e fraintendendo a suo dire la sua passione per i giochi di ruolo (tant’è che anni fa egli stesso ne ha inventato uno, Myfarog).

Si parte dalla ricostruzione della Norvegia dell’epoca, dipinta come una specie di “isola felice” di provincia, in cui nulla di realmente grave era mai successo, e nella quale irrompe una scena metal non solo trasgressiva ma dai tratti tanto eccessivi da degenerare nella violenza. Una violenza che avrebbe shockato la nazione, a partire dall’incendio deliberato di alcune stavkirke (le chiese norvegesi in legno) a finire ad un suicidio e due omicidi. Akerlund racconta la storia con il piglio di chi conosce ma non è coinvolto direttamente, e in più occasioni sembra prendere apertamente le difese di Aarseth, tributato come vero padre fondatore del genere ed esaltato nella sua umanità, in positivo (l’amore per la musica, per la famiglia e anche quello, vagamente romanzato, per Ann-Marit) quanto in negativo (gli incendi alle chiese, l’ambiguità di certe affermazioni e azioni morbose).

L’effetto del film, dal punto di vista di chi conosce il genere, è senza dubbio straniante: il tono è narrativo, quasi colloquiale, e la trovata più interessante è la voce fuori campo di Euronymous che racconta e ricollega i vari pezzi della vicenda. Vediamo la nascita dei Mayhem nel seminterrato della casa di Aarseth, di cui il regista esalta (come accennato) l’aspetto umano e la passione per il genere. Alcune scelte registiche poi, sono tutt’altro che banali e denotano scelte oculate, come quella di far interpretate Attila Cshisar al figlio Arion (visibile durante la sequenza della registrazione in studio di De Mysteriis Dom Sathanas) , ma in tutto questo troviamo idee decisamente più controverse, come quella di assegnare la parte di Vikernes a Emory Cohen, ebreo americano di origini russe (e che non gli somiglia neanche troppo).

A livello musicale, poi, è interessante notare come nel film siano ovviamente presenti brani dei Mayhem (in misura non superiore ai 30 secondi a brano, per la cronaca, probabilmente per una questione di diritti che la band sembra non aver concesso). Del resto il regista ha affiancato nella colonna sonora anche pezzi dei Sìgur Ros, proprio per venire incontro a chi volesse vedere il film senza essere addentrato nel genere da “fan della prima ora“. Un gruppo di appassionati del genere a cui paradossalmente, alla fine, il film non sembra essere rivolto: una scelta coraggiosa quando discutibile, che è alla base delle polemiche sulla sua uscita, che ben conosciamo dalle dichiarazioni di Burzum e dei membri dei Mayhem a riguardo.

Il problema è che, a mio avviso, il film si presta facilmente a reazioni scomposte da parte dei metallari più oltranzisti, che potrebbero avere – e secondo me avranno – serie difficoltà ad accettare anzitutto il tono di Lords of Chaos (che è spesso narrativamente leggero, addirittura auto-ironico, contrapposto alla violenza esplicita delle scene più forti, sempre in primo piano e senza risparmiare dettagli). Soprattutto visto che le più cruente (omicidi e suicidio) non mancano, Akerlund non risparmia alcun dettaglio e mostra chiaramente ogni cosa: il suicidio di Dead è lento, esplicito ed inesorabile, altrettanto l’episodio sanguinoso legato a Faust, e ovviamente la morte di Euronymous è altrettanto insostenibile (dura diversi, insistiti minuti pieni di primi piani). Se combinate tutto questo con un tono narrativo tipicamente classico – da thriller americano, per capirci – dovreste intuire perchè questo film farà parecchio discutere anche da noi, una volta distribuito.

Il problema del film, almeno dal punto di vista di chi ha vissuto quelle storie, sono le parti narrative: alcuni passaggi convincono poco e sembrano forse fuori luogo, sembrano stridere e, anzi, confliggono apertamente con la narrazione che storicamente viene discussa sulla figura di Euronymous, sul suo contributo al genere e sulle vicende e le difficoltà che ebbe. Se ad esempio alcuni dialoghi non convinceranno, a questo punto, forse non bisognerebbe dimenticare che si trattava di storie avvenute tra ragazzini di neanche vent’anni, in molti casi, che amavano far parlare di sè in termini estremi e che sono riusciti (questo credo sia fuori di ogni dubbio, quantomeno) ad alterare la narrazione su se stessi al punto di far sembrare blasfemo qualsiasi tentativo di parlare di quegli anni, e di ciò che avvenne. Questo è evidente, del resto, dal modo in cui viene raccontato l’episodio in cui Vikernes contatta la stampa per rivelare chi avesse bruciato le chiese, creando da sè una mitologia della morte che lo portò sulla famosa copertina di Kerrang! oltre che, poco dopo, sulle prime pagine della cronaca dell’epoca.

Anni di cui nessuno, forse, saprà mai cosa sia successo, ma questo non ha impedito la realizzazione di un film del genere – nato da un’idea rimessa spesso in discussione, come affermato in più interviste dal regista – di cui suggerisco senza dubbio la visione, quando uscirà in Italia (si spera sia questione di mesi). Anche se, per come è fatto il film, sono pronto a scommettere che a molti, per forza di cose, finirà per non piacere.

A cura di Salvatore “Headwolf” Capolupo