MARUJA – Pain To Power
Ci sono dischi che documentano il presente e dischi che lo abitano dall’interno, con la pelle a contatto con tutto ciò che brucia. Pain to Power, il debut album dei Maruja, è del secondo tipo — cinquanta minuti in cui il quartetto di Manchester non descrive la crisi del mondo, la incorpora nel suono, la fa circolare nei cambi di tempo, la urla attraverso il sassofono di Joe Carroll come se quella fosse l’unica lingua rimasta capace di dire qualcosa di vero.
I Maruja ci sono arrivati nel tempo, attraverso anni di lineup diverse e influenze mutevoli, finché la politica attorno a loro è diventata abbastanza cupa da coagulare tutto in questa forma precisa: post-rock guidato dal sax, con un bordo sperimentale che non lascia mai stare tranquilli. Gli EP Knocknarea e Connla’s Well avevano già convinto l’underground britannico. L’album era atteso con una pressione che avrebbe potuto schiacciarlo. Non è successo.
Bloodsport apre con entrambe le pistole già in mano — jazz-rock e noise-rock che si fondono in qualcosa di rituale, quasi sciamanico, con Harry Wilkinson che rappa come se stesse cercando di uscire dalla propria pelle. Il testo mappa la complicità collettiva, punta il dito non verso l’esterno ma verso di noi — l’addiction alla divisione, al dramma, all’odio come forma di identità. È il tipo di apertura che fissa le coordinate morali del disco prima ancora che tu abbia capito in che territorio ti trovi.
Look Down on Us, il singolo apripista di dieci minuti, è dove tutto si rivela nella sua ambizione. Parte come un rap-rock distopico — ottoni esplosivi, basso distorto, groove massicci — poi si trasforma in un’ascesa grandiosa di chitarre, sax e archi che non denuncia tanto il nemico quanto tenta di redirigere l’indignazione verso l’alto, smontando la logica noi-contro-loro che ci divide tra di noi più di quanto ci separi da chi ci governa davvero. È un brano che ha la struttura argomentativa di un saggio e l’impatto fisico di un concerto.
Il cuore dell’album è nel modo in cui i Maruja gestiscono le transizioni: non le annunciano mai, le fanno semplicemente accadere. Saoirse inizia come un numero emo anni Novanta, low-fi e malinconico in un groove in 3/4, e finisce in un posto completamente diverso, con quel sax che entra e rende tutto stranamente sensato. È la chimica tra i quattro a fare il lavoro: la sensazione che ogni cambio fosse inevitabile, che la canzone stesse sempre andando lì. Born to Die — altra cavalcata di dieci minuti — costruisce dallo spoken word di Wilkinson verso un noise-rock che cita Swans, poi vira in riff alt-rock con un’anima Jane’s Addiction, senza che nulla suoni forzato.
Break the Tension porta il punto di rottura al suo apice: una produzione cinematica che avvolge un suono claustrofobico e distorto, con quel tono che si prolunga all’infinito come un grido senza risposta. Trenches ci prova con il rap-rock nel modo più diretto del disco — è il momento più divisivo, e anche il meno riuscito, dove le barre un po’ disperse e certi passaggi lirici scivolano verso un territorio da activism da Instagram. Ma non fa abbastanza danni da compromettere quello che è venuto prima.
Il finale su Reconcile ha l’ambizione giusta ma la novità sbagliata: il suono ha perso un po’ della sua sorpresa, e le conclusioni liriche non sono all’altezza delle domande che il resto del disco aveva saputo porre. C’è però una chiusa strumentale densa e stratificata — chitarre Pink Floyd-iane sommerse sotto strati di voci armonizzate e batteria in piena esplosione — che salva tutto con la forza bruta.
Pain to Power non è un album che fa sconti, ma non è nemmeno un disco che si compiace della propria durezza. La convinzione dei Maruja non è mai stata più ferma, e si sente in ogni cambio di tempo, in ogni attacco di sax, in ogni verso che non si accontenta di descrivere il mondo ma pretende di cambiarlo. Detto da una band che suona come se ci credesse davvero, quella pretesa smette di sembrare ingenua.
A cura di Antonello Sambucci