Uriah Heep: 50 anni on the road portati meglio dei loro detrattori!

Uriah Heep: 50 anni on the road portati meglio dei loro detrattori!

Era il 1970 quando i britannici Uriah Heep pubblicarono il loro primo album, Very ‘eavy… Very ‘umble che, come tradizione per quasi tutti i gruppi che alla fine “ce l’hanno fatta”, venne accolto malissimo dalla stampa, tant’è che la giornalista di Rolling Stone Melissa Mills ebbe a dichiarare “se questo gruppo ce la farà io dovrò suicidarmi…“. Beh, cinquant’anni e quasi cinquanta milioni di copie di dischi venduti dopo, della Mills non si ha più traccia – fatta eccezione per la frase di cui sopra, unico barlume di celebrità involontaria che ce ne tramanda le gesta – mentre gli Uriah Heep ancora pubblicano dischi di inediti e fanno concerti in tutto il mondo (siamo nel 2020, lo so, parlare di concerti sembra un paradosso, ma loro sono come i calabroni e non lo sanno e, quindi, il 6 aprile 2021 inizieranno il loro ennesimo tour mondiale da Vladivostok, Russia orientale).

E’ vero, da quel lontano primo album ad oggi, l’unico membro ancora in formazione, nonchè l’unico che sia sempre stato presente alle attività del gruppo, è il chitarrista Mick Box e di musicisti intorno a lui, negli anni, ne sono ruotati circa trenta. Di più: della formazione “storica”, quella del periodo ’72-’74, a cui si devono i 4 album di maggior successo della band, Box è l’unico ancora in vita. Ma nè il tempo nè i cambi di formazione hanno scalfito il loro sound granitico e soprattutto l’affetto degli amanti del rock che li ascoltano sempre con piacere. Certo, inutile nasconderlo, la loro fama non è nemmeno paragonabile a quella di gruppi loro coevi per età e simili per genere come Deep Purple e Black Sabbath (soprattutto questi ultimi) ma, probabilmente, se i continui cambi di formazione non ne avessero minato la continuità – non tanto creativa, quella non si è mai fermata, quanto quella “mediatica” che tanto piace ai fan, ai discografici e ai giornali – le cose per loro sarebbero andate diversamente (ma, chiariamoci, vendere 50 milioni di dischi non è comunque cosa che è capitata a tutte le band del mondo, tutt’altro).

Forse la critica negativa più credibile e meritata che si può muovere al gruppo del simpatico Mick Box  è il fatto di essere stati un po’ troppo “sulla scia” dei summenzionati gruppi (basta paragonare il brano Paranoid dei Black Sabbath con la loro Gypsy oppure Child in Time dei Deep Purple con la meravigliosa July Morning per notare subito la somiglianza che qualcuno potrebbe definire quasi una sorta di “plagio”, se non nelle melodie, sicuramente nelle intenzioni artistiche). D’altra parte simili critiche nella storia del rock non sono isolate – basti pensare ai Marillion che, prima della fuoriuscita dal gruppo del cantante Fish, con conseguente radicale cambio di direzione artistica, venivano definiti ironicamente come “figliastri” dei Genesis – ma questa non è una cosa che deve stupire nè creare disappunto, il fare influenzare la propria arte da quella degli altri non è sempre sterile e furba scopiazzatura ma, spesso, è “manierismo“, nel senso rinascimentale del termine: arte di qualità fatta prendendo spunto da colleghi più blasonati.

In fondo, il gruppo di Mick Box, questa sua caratteristica di vivere all’ombra di altri traendone spunto la palesa già nel nome: l’Uriah Heep “originale”, infatti, è un personaggio del romanzo David Copperfield di Charles Dickens, il finto amico del protagonista, dalla personalità ipocrita e infida, che cercherà di rubargli tutte le fortune con sotterfugi viscidi e meschini. Con ciò non vogliamo affermare che Box&co. abbiano utilizzato i modi del personaggio dickensiano da cui prendono il nome per dare vita al loro percorso artistico bensì che, probabilmente, una sorta di complesso di inferiorità (insito anche nel personaggio letterario) e di emulazione sia effettivamente riscontrabile nella loro opera.

Eppure il gruppo suona bene sotto tutti i punti di vista. Il loro hard rock è incisivo e granitico, le idee musicali validissime e la tecnica è a tratti sopra la media. A tal proposito, bisogna ricordare tra i tanti componenti del gruppo, il compianto bassista Gary Thain, che vi militò tra il ’72 e il ’74, vero e proprio virtuoso dello strumento, sicuramente uno dei migliori della scena hard rock degli anni settanta.

Come sopra accennato il battesimo discografico del gruppo si ebbe con Very ‘eavy… Very ‘umble del 1970, album già abbastanza maturo per essere un’opera prima, in cui è evidente la via hard rock che la band intende percorrere e che non abbandonerà mai. L’album si apre con uno dei brani classici e più noti del repertorio del gruppo, Gypsy, in cui un riff di chitarra  che ricorda i Black Sabbath e un assolo di organo dell’ottimo Ken Hensley in puro stile Deep Purple, dichiarano le intenzioni della band su chi essi siano e chi vorranno essere. Il resto del lavoro è un susseguirsi di brani godibili e ispirati, a cavallo tra il rock’n’blues (Lucy Blues) e accenni di prog rock (a tal proposito Came Away Melinda è un piccolo gioiello).

L’anno seguente gli Uriah Heep sforneranno quello che, probabilmente, è il loro lavoro più ambizioso, Salisbury, alla cui realizzazione parteciperà un’intera orchestra sinfonica che suonerà la lunghissima title-track (17 minuti) insieme al gruppo e in ciò molti detrattori videro un tentativo di emulare ciò che i Deep Purple avevano già fatto nel 1969 con il loro album Concerto for Group and Orchestra. Ma l’album è tutt’altro che scarso, anzi, ha una notevole verve creativa tanto che il brano Bird of Pray da molti viene considerato essere il primo brano Epic Metal della storia… alla faccia di chi li riteneva buoni solo a copiare! Al termine della prima facciata è poi incastonata una delle gemme del repertorio degli Heep, la ballata Lady in Black, immancabile nei loro concerti.  Le vie del successo iniziano ad arridere alla band che, in virtù del buon successo dell’album, partono per il loro primo tour negli States.

Al ritorno in patria il gruppo non si prende nessuna pausa chiudendosi nuovamente in sala d’incisione per registrare il terzo album Look at Yourself dove, tra le sette tracce, spiccano la title-track e quello che forse è il loro brano più bello e rappresentativo: la lunga suite July Morning. Con Look at Yourself il gruppo consolida sia la notorietà che le vendite ma con esso si chiude la prima “stagione” del gruppo, aprendone un’altra che coinciderà con l’ingresso in formazione del già citato Gary Thain al basso e di Lee Kerslake al batteria che si uniranno ai membri “storici” Mick Box, David Byron (voce) e Ken Hensley. Questo quintetto registrerà gli album Demons&Wizards, The Magician’s Birthday, Sweet Freedom e Wonderworld, oltre a pubblicare l’album in concerto Uriah Heep Live. Tutti questi album avranno un ottimo successo di vendite e in quegli anni la band sarà richiestissima dal vivo. Il sound diventa più duro e aggressivo e ciò li farà annoverare spesso nell’elenco delle prime band metal della storia, anche se  questo appare essere solo un giudizio dato a posteriori dalla stampa che, nella seconda parte degli anni ’70, tendeva ad identificare con il metal tutto e il contrario di tutto. Noi crediamo che il posto degli Uriah Heep sia nell’empireo delle grandi band hard rock che hanno sì influenzato la musica metal ma di cui non sono mai stati realmente esponenti.

Finita questa breve parentesi di stabilità, all’interno del gruppo ricomincerà la girandola di abbandoni e nuovi innesti (alcuni, come quello del bassista John Wetton, saranno pregevolissimi) e sia le nuove uscite discografiche che gli estenuanti tour mondiali si susseguiranno con cadenza regolare. Caleranno però sia il successo discografico che la vena creativa. Quest’ultima però, al contrario di quanto avvenuto a molte band loro coeve, non li porterà mai a produrre materiale di scarsa qualità oppure lavori completamente irriconoscibile rispetto a quanto fatto in precedenza dal gruppo. Non cederanno mai (troppo) al pop o, al contrario, si avventureranno in sperimentazione troppo ardite. In loro continuerà a battere un cuore profondamente hard rock di stampo anni ’70 e ad esso resteranno sempre legati.

Dopo un decennio di discreti successi passati tra la quasi totale indifferenza della stampa, gli Uriah Heep continueranno a produrre ed esibirsi durante tutti gli anni ’80 e ’90, anche se per lo più confinati al ruolo di gruppo di nicchia in locali a tema hard rock/heavy metal o da ospiti da far esibire subito prima del tramonto, prima degli headliner, nei grandi festival rock e metal di tutto il mondo. Ma con l’arrivo del nuovo millennio e la riscoperta del rock anni ’70, dopo che questo era stato a tratti deriso alla fine del secolo scorso, gli Uriah Heep hanno visto nuovamente incrementare il numero di concerti (ad esclusione, per ovvi motivi, di questo maledetto 2020, non c’è stato anno in cui non abbiano fatto almeno una cinquantina di concerti) e anche le loro uscite discografiche più recenti – per mille motivi più diradate rispetto ad un tempo – hanno ottenuto un discreto successo.

Dopo 50 anni, il buon Mick Box, accompagnato dagli ottimi giovani musicisti che costituiscono gli odierni Uriah Heep, porta ancora alto il vessillo dell’hard rock di quei meravigliosi anni ’70. Ciò che non è dato sapersi è se la giornalista di Rolling Stone che abbiamo citato ad inizio articolo si sia veramente tolta la vita come promesso… ci auguriamo di no, e – dopo tutti questi anni – le perdoniamo anche quel suo giudizio evidentemente improvvido e poco lungimirante. Ma una cosa crediamo che oggi la ammetterebbe anche lei: suo malgrado, gli Uriah Heep “ce l’hanno fatta”!

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