TESTAMENT – Titans Of Creation

Con ancora l’amaro in bocca per aver assistito al tragico annullamento della data di un tour europeo che ha fatto vari sold out dove ancora il Covid-19 non era arrivato, non ci resta che mandare giù il boccone e gustarci l’immenso, atteso, monumentale capolavoro dei nostri adorati Testament. Tredicesimo album di una band che dal 1983 non ha mai dato nulla per scontato: un sound elaborato, fine ed evoluto su una base classica e profonda.

12 tracce che si susseguono piacevolmente all’ascolto e che assicurano ai Testament il posto fra i grandi, anzi, fra i Titani,  soprattutto per il modo in cui la band non ha mai smesso di mettersi in gioco, di intraprendere tante battaglie, personali e musicali, e di vincerle con classe e determinazione. Era dai tempi di “The Gathering” che non veniva sfornato un lavoro così ben concepito, e che non ha fatto altro che stupire e meravigliare tutti i fan, abituati forse a dei sound più pacati considerando il livello dei precedenti lavori della band. E se negli ultimi anni il panorama thrash ha visto uscite di vario tipo, a volte ripetizioni all’insegna della monotonia, questo capolavoro ha rotto una noia che non era dovuta solo alla quarantena.

Iniziamo.

Non a caso la scelta della canzone “Children of the Next Level” con tanto di cartone animato (guardalo qui!) per presentare, meglio, una seconda volta, l’album: vista la situazione Covid19, visto il caos creato dai media e viste le mille teorie complottistiche che tuttologi improvvisati elaborano ogni giorno, il video ci sta a fagiolo, e sinceramente l’ho preferita rispetto alla “Night of the Witch” che non si è fatta molto onore come biglietto da visita… sarà per il ritornello un po’ scontato? Mah, sta di fatto che il quintetto non ha perso tempo per riscattarsi.

Di tutte le canzoni, la successiva “WWIII” è quella che ho preferito in assoluto, anzi, l’avrei quasi quasi messa a chiusura dell’album: fin da subito ci catapulta in uno scenario bellico grazie all’intro accattivante, seguito da una serie di cavalcate di riff coinvolgenti. I duetti Hoglan/Di Giorgio e Peterson/Skolnick gestiscono in modo maestrale la situazione creando un connubio preciso e ponderato, nel classico schema di riff alternati ad assoli. L’esperienza più che trentennale della band la porta ad osare, sperimentare, provare. Si butta e prendiamo al volo ciò che ci propone, ci rimane in testa, ne canticchiamo il motivo, non vediamo l’ora di sentire il tutto live. Anche la successiva “Dream Deceiver” si difende bene, gran bel pezzo dell’album, mentre “Night of the Witch” l’ho trovata invece leggermente povera di brio e priva di una vera identità, non emerge così tanto nel contesto. A molti sembra piacere, personalmente però continuo a ritenere poco opportuna la scelta di lanciarla in esclusiva come singolo.

Stupenda invece “City of Angels” , 6 minuti di traccia che ci racconta la storia di Richard ‘Nightstalker’ Ramirez, pluriomicida attivo negli anni ottanta nella zona di Los Angeles e San Francisco. Una ballata, o semi ballata meglio, da gustarsi in tutta la sua lunghezza fra parti malinconiche e pulite e parti tendenzialmente aggressive e thrash. A tanti ascoltatori questo album ha convinto fin là per via della durata, troppo lunga, di ogni singola track: non penso che la canzone perfetta debba durare 3 minuti e mezzo anziché 6, non siamo davanti a 20 tracce, bensì a 12 – ognuna delle quali ha un carattere tale da consentire un ascolto che nel complesso risulta invitante e scorrevole.

Segue “Ishtar’s Gate”, in cui Di Giorgio la fa da padrone: ho sempre adorato il suo modo di suonare e la sua inventiva, del resto siamo davanti ad una band all’interno della quale ogni suo componente ha una storia da raccontare, ed il bassista sa sicuramente gestire il proprio spazio, dall’intro alla fine. Prova della versatilità della voce di un cantante che non si ferma né di fronte ad un seminoma né al Covid19  è “The Healers”: agguerritissimo, il nostro Chuck è magistrale sia nel pulito che nel growl, e ce lo dimostra tramite due pezzi personalissimi (“Symptoms“).

Se da un certo punto di vista questo album non segue una linea tematica univoca, dall’altra parte questi spezzoni di storia, mitologia, cronaca nera e vicende personali non fanno altro che incuriosire e unire. Si passa difatti alle finali “Code of Hammurabi”, “Curse of Osiris”  e “Catacombs”: Skolnick se la gioca con Di Giorgio nel rendere orientale l’architettura delle tracce, a mio parere caldamente approvate dal popolo old school per il ritmo graffiante grazie anche all’indiscutibile bravura di una delle colonne portanti del death metal, quale Gene Hoglan. Per la band fondata da Peterson il tutto si conclude con “Catacombs”, finale che poteva in questo caso essere davvero più lungo e che chiude tutto con una chiave di mistero.

Complessivamente do’ 9 a questo album perché considerata l’esperienza, la storia, le vicende che hanno coinvolto la band ed ognuno dei suoi componenti, non può che meritare il pieno consenso da parte del pubblico. Trovo sia inappropriato paragonare, come fanno molti, questo lavoro ai capolavori passati, perché nonostante l’esperienza possa maturare con l’età esistono altri fattori che giocano a sfavore nel comporre musica. Penso che la storia di Chuck sia nota a tutti ed il fatto di ritenere inarrivabili i classici primi album non fa di noi migliori fans come di loro musicisti da accantonare.

I Testament nel 2020 hanno avuto la capacità di reinventarsi, e di regalarci qualcosa che è tutto fuorché scontato.

Unici.

Ci si becca in prima fila.

A cura di Margherita Cadore/ Minerva Photography

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  • Band: Testament
  • Titolo: Titans Of Creation
  • Anno: 2020
  • Genere: Thrash Metal
  • Etichetta: Nuclear Blast Records
  • Nazione: U.S.A.

Track-list:

  1. Children of the Next Level
  2. WWIII
  3. Dream Deceiver
  4. Night of the Witch
  5. City of Angels
  6. Ishtar’s Gate
  7. Symptoms
  8. False Prophet
  9. The Healers
  10. Code of Hammurabi
  11. Curse of Osiris
  12. Catacombs

3 pensieri su “TESTAMENT – Titans Of Creation

  1. Gran bell’album. Mi sembra giusto evitare i paragoni con gli altri per screditare o elevare un lavoro. giusta osservazione. per il resto, quel vedersi sotto al palco non si sa quando si realizzerà ahaha cheers

  2. Le recensioni con il ”tour” delle canzoni sono le migliori, almeno ti fai un’idea generale dell’album.
    Lo ascolterò, sembra promettere bene

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