Sinfonie in Rock: Tubular Bells e Oxygen

Sinfonie in Rock: Tubular Bells e Oxygen

Quando si parla di “sinfonie”, la mente va subito alle celeberrime composizioni di artisti del passato legati alla tradizione “colta” quali Beethoven, Mahler, Stravinsky e via discorrendo ma, nei concitati, geniali  ed eclettici anni sessanta, la sinfonia come “forma compositiva” inizia ad essere esplorata anche dagli artisti appartenenti al mondo del rock riuscendo, in alcuni casi, a raggiungere anche una discreta fama commerciale e pregevolezza artistica.

Va da sè che l’ambiente ideale per la creazione di queste sinfonie in chiave rock non poteva essere altrove se non nel variegato mondo del Progressive Rock. E’ infatti un gruppo classificabile in questo sottogenere ad aver dato vita alla prima sinfonia rock, i londinesi Colosseum che, nel 1969, pubblicarono l’album Valentyne Suite contenente l’omonimo, lunghissimo brano di circa 17 minuti, composto in forma di sinfonia in tre movimenti, che occupa l’intero lato B dell’LP. Da qui in poi il mondo del Progressive Rock sposerà ripetutamente questa forma compositiva, che verrà poi mutuata anche dai figliocci del Progressive Metal.

In questo articolo però, più che parlare della storia delle sinfonie rock (argomento comunque interessante che magari tratteremo in un altro momento), vogliamo porre l’attenzione su quelle che forse sono le due sinfonie rock più note e commercialmente di successo che, seppur stilisticamente distanti tra di loro, hanno in comune la caratteristica di essere opera di due “one man band“: Tubular Bells di Mike Oldfield e Oxygène di Jean-Michel Jarre. Il fatto di essere frutto di singoli compositori-esecutori non è un dato secondario, poichè questa peculiarità li accomuna ai compositori che, dal 1700 in poi, hanno scritto la storia grazie a tale struttura musicale e lo hanno fatto, appunto, da soli… insomma: Beethoven, sicuramente, non ha mai dovuto avuto a che fare con “il suo chitarrista” (o clavicembalista nella fattispecie) per decidere se nel punto “x” andava bene la frase “y”, cosa che invece, negli Yes, nei Camel o nei Gentle Giant, sarà accaduta più volte. Come vedremo, la peculiarità di essere lavori scritti in solitaria rende questi album forse meno virtuosistici dal punto di vista tecnico (sognatevi gli assolo alla Keith Emerson), ma sicuramente più omogenei e coerenti dal punto di vista strutturale e comunicativo.

In ordine cronologico, il primo dei due lavori che vogliamo presentarvi a vedere la luce è stato, nel 1973, Tubular Bells del britannico Mike Oldfield.

Il giovane Oldfield, all’epoca appena ventenne, incise da solo tutto il materiale contenuto nell’album (solo nelle fasi finali della produzione vennero aggiunti brevi passaggi suonati da altri musicisti, e i cori cantati dalla sorella di Oldfield, Sally, e da un’amica) e lo mandò a diverse case discografiche, che lo rifiutarono senza appello… tutte tranne una, la Virgin Records di Richard Branson. Per la verità, all’epoca, la Virgin non si poteva ancore neanche definire una casa discografica, avendo all’attivo 0 (zero) album pubblicati. Ma il giovane e visionario Branson vide nella demo fattagli recapitare da Oldfield una potenzialità che nessun altro discografico aveva colto, e per entrambi la pubblicazione di Tubular Bells segnò l’inizio di un futuro di successo che li porterà letteralmente dalle stalle (leggenda narra che Oldfield incise l’album proprio all’interno di una stalla) alle stelle (quelle che Branson si è prefissato di raggiungere a breve grazia alla sua agenzia di viaggi spaziali Virgin Galactic).

Tubular Bells è un lavoro ispirato in cui, a tratti, si fa davvero fatica a capire dove finisca la vena più spigliata e moderna del rock, e dove inizi quella più rigorosa e strutturata di stampo “classico”: ogni frase musicale ha il suo “ruolo” e non vi è spazio per virtuosismi (con ciò non vogliamo dire che sia “semplice” da eseguire, tutt’altro) e improvvisazione: tutto è rigorosamente al suo posto, e i vari movimenti si susseguono in un vortice ipnotizzante di cambi di scena evocativi e di sonorità catalizzanti. E’ straordinario il caleidoscopio sonoro che Oldfield riesce a creare in un’opera che comunque non perde mai di unicità. Emblematico è l’inizio del primo movimento, un arpeggio di sintetizzatore cupo e inquietante, tanto da essere scelto come parte della colonna sonora del celeberrimo film horror L’Esorcista, cui, con naturalezza disarmante, sesseguono momenti più ariosi e ricchi di brio che prenderanno addirittura i toni delle musiche di una sagra paesana verso la fine della prima parte.

In Tubular Bells sembra di sentire una summa di tutta la musica che sia mai stata scritta: chitarre elettriche distorte e flauti andini, pianoforte e percussioni africane, intricati tempi composti e semplici nenie infantili, canto gregoriano e musica da circo, in questo album c’è tutto e il contrario di tutto, una vera e propria enciclopedia di ciò che si può fare con la musica, racchiuso nei poco meno di 50 minuti di cui consta il disco.

E’ nel 1976, tre anni dopo l’uscita di Tubular Bells, che venne dato alle stampe l’album Oxygène del francese Jean Michel Jarre.  Figlio del compositore Maurice Jarre (autore di numerose colonne sonore cinematografiche che gli valsero ben tre Premi Oscar) e allievo del padre della musica concreta Pierre Schaeffer, l’approccio di Jarre alla composizione ha una impronta meno “rock” e più “colta” rispetto a quello di Mike Oldfield e la sua ricerca musicale nasce proprio da uno degli assiomi teorici cari al suo maestro Schaeffer: “la musica non è fatta di note ma di suoni”.

E sono proprio i suoni minimalisti, insoliti e peculiari a caratterizzare le sei tracce di Oxygène. Tutto il lavoro è stato realizzato utilizzando esclusivamente alcuni tra i migliori sintetizzatori reperibili all’epoca sul mercato, suonati dal solo Jarre. Ovviamente questo non è certo il primo esempio di album realizzato con il solo ausilio dei sintetizzatori – all’epoca la tradizione del Krautrock tedesco aveva già partorito alcuni tra i suoi migliori capolavori, così come compositori d’avanguardia del calibro di Philippe Glass avevano parimenti esplorato i limiti e i vantaggi di queste attrezzature – ma ciò che mette sul piatto l’artista francese con Oxygène è un nuovo approccio più immediato e fruibile dove i suoni altamente evocativi generati dai sintetizzatori non vengono utilizzati per creare “scenari sonori” massicci e dalla lunghissima durata come nella tradizione Krautrock o avanguardistica dove, spesso, la ricerca del “suono puro” viene utilizzata a scapito della melodia, bensì, Jarre, utilizzando suoni asciutti e cristallini, crea delle brevi cellule melodiche intorno a cui si andranno a sviluppare sovrapposizioni di ritmi, effetti sonori e arpeggi digitali che susciteranno nell’ascoltatore più attento e sensibile la meraviglia di sentirsi librare nell’aria, quasi come se fosse una particella di ossigeno evaporata nell’atmosfera.

Il parallelismo tra i due album che abbiamo voluto qui brevemente descrivere non è automatico, e le due opere hanno profonde differenze sia nell’aproccio (più “pop-rock” Oldfield, più “avanguardistico” Jarre) sia nella realizzazione (tanti strumenti musicali “tradizionali” con limitati interventi di sintetizzatori per Oldfield, suoni esclusivamente sintetici per Jarre) sia negli intenti (una “summa” di svariati generi e influenze per Oldfield, la ricerca di una via compositiva nuova per Jarre), ma ciò che le accomuna – oltre ad un enorme successo commerciale, assolutamente non scontato per degli album di musica strumentale – sono il processo compositivo ed il risultato artistico ottenuto che, ad una analisi più attenta, dovrebbe portare a riconoscere i due musicisti più come degli “scrittori di musica” nel senso “classico” del termine che a due rockstar, come, di fatto, dopo la pubblicazione di questi album,  a suon di milioni di copie di dischi venduti e concerti sold-out, essi diventeranno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: