SEPULTURA – Machine Messiah

Volete proporre ad ogni costo la recensione del nuovo disco dei Sepultura mi porta – devo riconoscere, piuttosto consapevolmente – in un campo minato di opinioni, impressioni e pareri più o meno autorevoli: senza fare per forza i nostalgici ad oltranza di Arise e Beneath the remains, l’involuzione negativa del sound della band di Andreas Kisser e Paulo Jr. (dopo le dipartite di Max ed Igor Cavalera nel 1996 e nel 2006) è, o dovrebbe essere, fino all’uscita di questo lavoro sotto gli occhi di tutti.

Del resto io stesso, dopo averli visti live nel lontano 2011 (in quel Thrashfest suonarono anche EXODUS, DESTRUCTION, HEATEN e MORTAL SIN, per intenderci) riuscì a lasciarmi piuttosto indifferente, con l’impressione di aver visto suonare – al più – una discreta band hardcore punk. A questo status ho sempre relegato, fino a qualche giorno fa e molto a malincuore, una delle band storicamente più famose ed influenti di ogni tempo; di tempo ne è passato, nel frattempo, e sentire oggi questi Sepultura – come vedremo alquanto variegati, tanto da rasentare una certa incoerenza di stile – fa un certo effetto. Questo soprattutto se siete rimasti alle loro vecchie, onoratissime produzioni musicali, addirittura “iniziatiche” per molti di noi: ricordo ancora quanto consumai Schizophrenia in un’epoca in cui si navigava a 56k al massimo, e si ordinavano i CD da oscuri, e spesso ritardatari, mail-order. Parlando del presente, quale sarà mai il feeling di Machine Messiah? Non mi sembra corretto nè parlare di capolavoro – come hanno fatto alcuni – nè, tantomeno, stroncare in toto in lavoro (come verrebbe da fare “di pancia” dopo qualche minuto); posso quantificare un 80% di buone cose ed un 20% di cose superflue o comunque evitabili.

Fin dal titolo traspare una certa sperimentazione quasi industrial, nel senso declinato dai Fear Factory, ma la sensazione che ne emerge globalmente è mista, tocca numerose influenze (ne ho contata una diversa per ogni brano, praticamente) e risulta un po’ confusa: lo scrivo in questi termini, dunque, perchè ne sono rimasto comunque colpito e non tutto è da buttare (anzi), ma il mio giudizio resta fino alla fine incerto. Da un lato c’è una componente sperimentazione, che può piacere o meno a prescindere (se non piace a prescindere, meglio lasciare perdere dall’inizio), che non ha quasi nulla di spocchioso e che, anzi, sembra divertirsi in modo sincero a testare vari terreni: dal gothic (la voce di Derrick Green nel brano di apertura Machine Messiah evoca, almeno in parte, qualche richiamo ai Type’o Negative) al punk hardcore contaminato (e fin qui, nulla di nuovo), passando per l’industrial metal canonico, per qualche sprazzo new metal e per influenze genericamente hard rock (in certi passaggi di assolo in Iceberg Dances, uno dei brani migliori del disco, sembra quasi di sentire i Deep Purple). D’altro canto, pero’, il disco sembra mancare di quella compatezza – per non parlare del dono della sintesi, capacità spesso rara per le band storiche – tale da renderlo un prodotto completamente apprezzabile per i fan più navigati; in certi passaggi, addirittura, fa sospettare un’operazione fin troppo strutturata, ben suonata quanto concertata a tavolino per cercare allargare la propria fanbase. Cosa lecita, per carità, ma il problema è che il risultato sonoro è fin troppo difficile da accettare per chiunque (e non vale il principio “non è da primo ascolto”, in questo caso: dischi del genere è inevitabile, quanto irrilevante per la recensione, che più di sforzi di ascoltarli più ti “piacciano”).

Perché mi ostino a proporre le mie considerazioni su questo disco? Sembra una domanda che un pazzo pone a se stesso, perché effettivamente questo nuovo disco dei Sepultura è una follia apprezzabile in quota 70-80%, e piuttosto fuori bersaglio nel resto: privo di unità musicale (e questa sembra una cosa voluta e ci può stare), fa trasparire l’idea assurda di sentire un disco suonato da 10, 12 o 15 band diverse, come se la reale ed effettiva anima dei Sepultura di oggi non riuscisse, o non avesse interesse, ad emergere in modo netto. Chi scrive non è affatto sulla linea che debba esistere soltanto l’old school o, tanto peggio, che il metal debba ormai snaturare la propria essenza e fare il fighetto new o progressive ad ogni costo – chi mi conosce sa quanto riesca ad apprezzare band diverse come Cannibal Corpse, Ministry, Megadeth anche recenti o Marylin Manson. Quello che sostengo è che Machine Messiah sia a tutti gli effetti un buon disco, da un punto di vista della resa musicale e delle prestazioni dei singoli, ricco di alti e bassi sia dal punto di vista dei brani che da quello della resa dei singoli (gran lavoro del batterista Eloy Casagrande, ma anche della voce Derrick Green e soprattutto di Kisser, direi) ma con un feeling tanto vario da sembrare completamente folle. La vera domanda a questo punto è se tra dieci o venti anni ce ne ricorderemo, ma io – con tutta la sincerità del mondo, e nonostante mi sia piaciuta l’idea generale – temo proprio di no. Magari mi sbaglierò e si tratta di un nuovo modo di fare musica estrema, ma è l’unico parere che sento di poter avere in questo momento.

Di sicuro ogni brano di questo lavoro fa storia a sè, e non è escluso che nel marasma generale possiate trovare il vostro preferito (l’introduzione samba di Phantom Self qui il video, la tradizione thrash evocata in I am the enemy, i toni più oscuri e riflessivi in Machine Messiah, che non si può certo dire essere un brutto brano), anche solo per un fatto puramente statistico, ovvero nonostante l’inevitabile feeling – che è la critica più sostanziale che mi sento di fare al lavoro – un po’ alla “‘ndo cojo, cojo“. Da un punto di vista degli aspetti positivi, ad ogni modo, si rileva senza dubbio una crescita musicale considerevole rispetto a quanto proposto nei precedenti lavori (gli ultimi alquanto anonimi, a mio avviso: dopo la “bomba” di Roots, che ho amato per la sua capacità di innovare, le cose da dire erano diventate poche o nessuna, per i nostri). L’aggressività dei brani c’è ancora, anzi viene intaccata solo in parte, e si notano interessanti aperture dei nostri verso sonorità tipiche dei Fear Factory (come dicevo prima) o per fare un esempio ancora più familiare ai più, di certi dischi recenti dei Machine Head. Intanto però è impossibile fare a meno di notare quelle – che ben lontane, a mio umile avviso, essere vere e proprie Sperimentazioni – non sembrerebbero altro che piccoli tentativi di reinventare (ammesso sia possibile farlo) un sound, facendo finta furbescamente di trovarci nel 1999 o, per dirla più chiaramente, illudendo tutti che, nel frattempo, nessun altro al mondo tra le band storiche ci abbia mai provato.

Esistono almeno due edizioni di questo CD, di cui una con due brani extra, in particolare con la sigla di Urutorasebun no uta (la sigla della serie TV giapponese Ultraseven di Eiji Tsuburaya) coverizzata, quasi a voler ostentare l’idea di essere musicisti a 360° e che ho trovato alquanto indigesta (spiace dirlo): a Roma direbbero simpaticamente “levateje er vino“. Nonostante queste ed altre doverose precisazioni, direi che Machine Messiah è un buon disco, penalizzato e valorizzato al tempo stesso (grande paradosso, mi rendo conto) dal fatto che porti avanti, piaccia o meno, il nome dei Sepultura.

Per chi fosse interessato, i nostri verranno a suonare live in Italia nel mese di febbraio.

A cura di Salvatore “Headwolf” Capolupo

  • Band: Sepultura
  • Titolo: Machine Messiah
  • Anno: 2017
  • Genere: Heavy Metal, Thrash, Alternative Metal
  • Etichetta: Nuclear Blast ‎
  • Nazione: Brasile

TrackList:

  • 01. Machine Messiah
  • 02. I Am The Enemy
  • 03. Phantom Self
  • 04. Alethea
  • 05. Iceberg Dances
  • 06. Sworn Oath
  • 07. Resistant Parasites
  • 08. Silent Violence
  • 09. Vandals Nest
  • 10. Cyber God
  • 11. Chosen Skin (bonus track)
  • 11. Ultraseven No Uta (bonus track)