MINISTRY – Houses Of The Molè

6100360GFAL._SL500_AA300_Ennesimo album tritatutto dei Ministry di Al Jourgensen che, a quanto ne sappiamo, desidera tributare il classico “Houses of the holy” dei Led Zeppelin e, al tempo stesso, utilizza il gergo messicano (“molè”) per fare riferimento all’oro nero, il petrolio, causa di molteplici mali e sofferenze sul pianeta terra. Per quanto questa asserzione possa suonare vagamente banale al giorno d’oggi – quasi l’ennesimo “uovo di Colombo” – “House of the molè” è uno dei dischi più spinti dei Ministry, oltre ad essere uno di quello che hanno subito più strattoni in senso puramente metal. In un certo senso, quindi, anche se questo disco non fu certo il solo a prendere questa piega, “Houses of the molè” eredità parte del feeling sinfonico e feroce presente nel capolavoro “Anthems from the welkin at dusk” degli Emperor coniugandolo, ovviamente, in chiave decisamente più elettronica, violenta e cibernetica.

Jourgensen asseconda, in questo CD, ancora una volta la propria personale ossessione artistica contro la figura di George Bush, all’epoca presidente degli Stati Uniti ed al centro di numerose polemiche e contestazioni come figura senza scrupoli, guerrafondaia ed affarista. I singoli brani, accomunati dall’iniziale lettera “w”, testimoniano in modo sconnesso e virulento questa attitudine: NoW è assolutamente devastante nel suo concepimento, si presenta come un thrash metal veloce e violento, forse come non mai prima nei Ministry: arriva qui, peraltro, a campionare i “carmina burana” di Orff adeguandoli al sound spudoratamente thrash-apocalittico che caratterizza l’album. Pezzi come World, invece, sono più dichiaratamente orientati a suonare come industrial (metal) nel senso (ri)definito da Marylin Manson in Antichrist Superstar. WTV, forse una delle traccie più controcorrente rispetto al resto del CD, più autenticamente industrial e spudoratamente elettronico, non dimentica le origini del proprio sound – chi ricorda l’elettro-pop di Twitch? – ma si coniuga nella pratica per oltre metà brano come un ricampionamento di un brano speed-thrash metal tiratissimo e violento. Probabilmente non si tratta di uno dei migliori dischi dei Ministry in assoluto per quanto, di fatto, di uno dei più “accessibili” al pubblico che non li conosce (per quanto questo termine sia chiaramente, nel caso della band, un abuso di linguaggio).

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