MARILYN MANSON – Mechanical Animals

Mechanical+AnimalsMechanical Animals si integra nella trilogia (nota presso i fan come triptych, e in effetti da loro stessi sviluppata) di cui fanno parte i concept, in ordine cronologico, Antichrist Superstar, Mechanical Animals e Holy Wood(In the Shadow of the Valley of Death).

Questo album è il terzo LP dei Marilyn Manson, uscito per la Interscope Records e ricco di influenze alquanto diverse dal consueto “andazzo” brutalmente industrial: in effetti tale lavoro è di impronta decisamente più influenzata dal glam (ispiratissimo al David Bowie di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars) e ricalca in parte le tematiche affrontate dal “Duca Bianco” in quel disco, in particolare il fantascientifico Ziggy Stardust a cui Manson sembra esplicitamente richiamarsi. La stessa figura pallida, androgina e vagamente inquientante presente sulla copertina di Mechanical Animals sembra voler richiamare il “cantante di plastica” Ziggy, emblema di un rock in decadimento e simbolo, al tempo stesso, del malessere dell’uomo indebolito e strumentalizzato dalla modernità.

All’interno di Mechanical Animals, Manson sembra voler assumere un duplice ruolo: da un lato un alieno sessualmente ambiguo (Omega), catturato dagli abitanti della Terra e strumentalizzato fino a far parte della rock band “The Mechanical Animals“. Completamente smarrito e consumato dall’uso di droghe, diventa quasi completamente insensibile al mondo, un semplice “prodotto” commerciale dell’industria musicale. Dall’altro lato Manson impersonifica Alfa, un alter-ego del Reverendo, che ne rappresenta il lato più prettamente umano e la sua capacità di provare a rapportarsi al mondo. Questa sorta di dualità simboleggia in modo piuttosto netto la duplice personalità di Manson e, per estensione, la medesima che mantiene in perenne conflitto il modo di essere di molti uomini. Quasi certamente l’intento della simbologia presente nel disco, piuttosto complessa da analizzare, è quello di caratterizzare una satira piuttosto forte contro il mondo del business, per quanto in maniera relativamente velata rispetto ad altri lavori più ferocemente scagliati contro il conformismo religioso/sociale degli USA. A livello più prettamente musicale sembra di sentire effettivamente un disco molto rock, glam nel senso primordiale del termine, nonostante non manchi l’impronta puramente elettronica, sofferta, e decisamente intensa, del Reverendo:  brani come Disassociative, Great Big White World (ma anche la più feroce New Model No. 15) finiscono per cedere il passo alle più “commerciali” The Dope Show, Rock Is Dead e I Don’t Like the Drugs (But the Drugs Like Me), caratterizzando un album all’epoca molto criticato dai fan della prima ora, ma che probabilmente oggi assume un senso compiuto ben chiaro, specie se rapportato alla produzione variegata, e mai troppo uguale a se stessa, della band.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: