MARILYN MANSON – Born Villain

BornVillainBorn Villain, nato cattivo, carogna, delinquente. Il senso programmatico è tutto lì, già dal titolo: sovvertire, mostrare il lato orrido di una società che cerca ostinatamente di sembrare perfetta, tranquilla e rassicurante. Si tratta dell’ottava uscita ufficiale dei Marylin Manson, la band dell’antichrist superstar, da anni al centro di discussioni, polemiche e sterili frecciate che solitamente, da un lato, lasciano il tempo che trovano, mentre dall’altro esaltano esclusivamente la componente visuale dell’artista, a pieno discapito di quella musicale. Un vero peccato, di fatto, perchè Manson – in uno dei suoi dischi a mio avviso più compatti oltre che significativi – cita apertamente le sue influenze musicali, che vanno da brani oscuri e semi-acustici (la title-track) passando per l’elettronica più disturbante (Children of Cain), facendo anche visita dalle parti dei Christian Death (“The gardener” evoca pesantemente, nel giro di basso come nel feeling generale del brano, “Figurative Theatre” della band di Roger Alan Painter) e pervengono ad uno stato mentale nel quale, di fatto, diventa impossibile identificare un vero e proprio genere. Industrial, elettronica, punk, post-punk e chissà che altro. “Born Villain” è una sassata nell’occhio più conformista della società, e questi probabilmente anche solo per il fatto di non farsi catalogare da un genere predefinito, bensì per essere, molto più direttamente e senza controllo del passato, Marylin Manson. Grande stile, grande personalità, quindi, per un disco che risente forse come unico difetto di una componente già sentita, che i fan che conoscono meglio il musicista non potranno non osservare. L’accoppiata tra la bellezza accattivante della Monroe e la cinica crudeltà di Charles Manson pone l’occasione al buon (!) Brian Hugh Warner di mettere in discussione un assunto, per così dire antropologico: che influenza possiede l’ambiente in cui si cresce, la società e via dicendo, nel formare un individuo cattivo? Nei testi del disco il messaggio che traspare, per quanto in forma piuttosto criptica, sembra essere proprio questo. “Born villain“, lanciato dai due singoli “bombe ad orologeria” “No Reflection” e “Slo-Mo-Tion” (due mazzate multi-sfaccetate degne del Manson anni 90, per quanto nemmeno troppo originali), e che si declina anche attraverso splendidi brani come la soffertissima “Breaking the same old ground” (anche qui di ispirazione più dark rock che industrial). Quello che emerge dopo un paio di ascolti del disco, di fatto, è l’idea di una band parzialmente rinnovata, che ha trovato forza e volontà di esprimersi attraverso nuovi linguaggi sonori, e veicolando i propri messaggi in modo diretto, selvaggio, urlante e ricco di sonorità moderne e morbose. I Manson continuano ad essere snobbati da buona parte del pubblico “alternativo”, ma meritano comunque le attenzioni del Corriere della Sera che, di recente, ne ha decretato più o meno “autorevolmente” la sconfitta (“Il lupo è diventato agnello“). Nutriamo forti dubbi in merito: le idee musicali insite dietro “Born Villain“, forse uno dei dischi meglio concepiti e più autorevoli della sterminata discografia della band, sembrano semmai mostrare l’esatto contrario. Ma forse è meglio, come sempre, farne esclusivamente un discorso di immagine ed illudersi di conoscere (e poter giudicare) Manson esclusivamente per quanto possano disgustare le sue ben note (fin troppo) performance visuali.

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