MARILYN MANSON – Antichrist Superstar

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Discutere oggi di questo classico dell’industrial metal – ma l’etichetta potrebbe non avere alcuna importanza, in questo caso – rischia di farci scivolare in discorsi predefiniti, preimpostati, e che riducono il tutto alla dicotomia “detrattori vs fan aprioristici“. Una contrapposizione che si riflette in tutto il disco, a partire dal nome dell’artista che evoca da un lato la bellezza di Marylin Monroe e dall’altro la ferocia di Charles Manson: proprio lui, Marylin Manson (al secolo Brian Hugh Warner), personaggio oggetto di critiche e polemiche feroci da parte non solo dei soliti moralisti-conservatori, ma anche – e spiace riconoscerlo – da buona parte della comunità metal e punk. Questo a mio avviso mostra, al di là delle ragioni e dei torti, quanto sia stato ben costruito il personaggio dell'”Anticristo Superstar” per eccellenza, certamente non il più blasfemo artista mai partorito dalla Madre Terra (per quello ci sono già i Deicide), ma sicuramente uno dei più discussi. Ed in questo saper far parlare di sè, secondo me, in questi anni è risieduta gran parte della sua forza: un predominio artistico che il nostro instaura a mio avviso nel 1996 con Antichrist Superstar, un piccolo capolavoro di sonorità industrial, terrificanti e post-apocalittiche coniugate con spirito, attutidine e violenza sostanzialmente punk. Certamente uno dei lavori compositivamente più limpidi, ben strutturati e meglio concepiti da lui e dalla sua spaventosa band, capace di scuotere e far riflettere il pubblico (e anche parecchio). Il notissimo brano “The beautiful people” suona come una condanna senza appello contro il conformismo di certa parte della società, propinando nel contempo perle pseudo-filosofiche (“non puoi sapere se c’è una foresta se vedi solo degli alberi”, “se vivi con gli uomini-scimmia, è difficile restare pulito”) ed una direttissima considerazione finale (“il capitalismo ha trasformato tutto e l’ha reso così, il fascismo di vecchia scuola lo porterà via“). Un brano diretto, sostanzialmente melodico pur nella sua insana ferocia che rivaleggia con l’altro pezzo da novanta del CD, ovvero “Irresponsibile Hate Anthem“, capace di fulminare senza esitazione l’ascoltatore fin dal primo ascolto con una sfuriata ciclopica, tanto semplice nella struttura ritmica quanto martellante. Questi due brani sono certamente quelli che rimangono più impressi, ma c’è dell’altro: “Antichrist Superstar” è caratterizzato da perle di rumorismo industriale senza tempo quali l’incalzante Mister Superstar, oppure “l’inno al pogo” 1996 – l’anno di uscita del disco – o la splendida “Angel with the scabbed wings“. Molti altri brani mostrano idee decisamente notevoli ed innovative per l’epoca (per quanto spesso solo parzialmente), ricche di sonorità sconnesse, cori inquietanti, suoni metallici sinistri, oscuri sintetizzatori ed un piede “a tavoletta” sull’acceleratore nella frenesia di vomitare più odio ed indisponenza possibili. Conclude il giro nella giostra del terrore “Man that you fear“, un cupissimo brano che racconta di un innocente ragazzino diventato, per svariate cause, un mostro senza cuore (“I was born into this Everything turns to shit The boy that you loved is the man that you fear“), che si declina nichilisticamente (“Pray now baby, pray your life was just a dream“) come un gigantesco atto d’accusa contro la generazione dei propri padri (un po’ come, mutatis mutandis, avviene nel brano Dyer’s eve dei Metallica). Un disco quindi non propriamente capolavoro, per quanto ampiamente sottovalutato e da riscoprire ancora oggi, visto che riesce a suonare decisamente attuale.

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