LUBRICATED GOAT – Plays the Devil’s Music

Concepito come sostanziale esperienza a cavallo tra noise rock e punk, “Play the devil’s music” dei Lubricated Goat è un gioello – penalizzato solo da una produzione piuttosto scadente –  di rock fuori dalle righe, considerato da Piero Scaruffi l’undicesimo miglior album punk di tutti i tempi. Il genere più anti-intellettuale in assoluto, in un’epoca in cui non era ancora neanche nato, ufficialmente, il grunge. Questo EP esce nel 1987 per l’etichetta Black Eye, per opera di Stuart “Stu Spasm” Gray (mente, voce ed unico elemento fisso della band) e tale Brett Ford (batterista e collaboratore in questo disco, per il quale Gray aveva cantato in precedenza): molto probabilmente, al momento del concepimento dei brani, un caotico e rumorossissimo noise rock suonato spesso e voletieri a velocità supersoniche, non erano neanche consapevole di ciò che stavano realmente creando. In effetti la singolarità di un disco come Play the devil’s music risiede proprio nella sua totale non-replicabilità, nel suo essere un caso singolo, che probabilmente potrebbe aver influenzato qualche band successiva per quanto, di fatto, non sarebbero mai nati veri e propri cloni dei Lubricated Goat.

A cavallo tra una concezione distorta del blues (Nerve quake), ereditata in gran parte dallo stile di Captain Beefheart, e da una produzione low-fi che era più una vera e propria scelta programmatica, così come l’ostentare un animo grottesco, comico e surreale (fin dal titolo, “suona la musica del diavolo“, ma anche nel riff “cartoonesco” di un brano che è tutto un programma fin da titolo, Anal Injury). Ed è in brani come “Beyond the grave“, uno dei migliori di questo EP, che esce fuori l’animo folle, estroso e senza un genere programmatico alle spalle: Gray e Ford creano musica nuova, mescolano punk, noise e industrial con spruzzate di blues ed il risultato, senza troppi fronzoli, è questo assurdo lavoro, ancora oggi difficile da equiparare a qualsiasi altro genere sia stato mai registrato su un CD.