Judas priest

 
I Judas Priest di Halford, Downing e Tipton sono una formazione storica nell’ambito heavy metal, e possiedono una caratteristica piuttosto singolare rispetto a  molti altri “colleghi” ed omologhi: si tratta infatti di una delle pochissime band a non aver prodotto risultati propriamente esaltanti a partire dal primissimo CD, ma che hanno saputo affinare il proprio sound fino a produrre autentici masterpiece. Certo la continuità nei risultati artistici non è mai stata una peculiarità di questo gruppo: si pensi all’inizio, ad esempio, a quel “Rocka Rolla” (1974) che non in molti ricordano, venato più che altro di comune hard-rock piuttosto “già sentito” già all’epoca. 
Una facciata che molti fan ignorano praticamente del tutto, visto che il meglio – in tutti i sensi – doveva ancora arrivare: già il successivo “Sad wings of destiny” denota un cambio di struttura a livello stilistico che definisce, di fatto, una distanza siderale tra i due generi (hard rock e metal, per l’appunto). Di fatto si tratta di un’ evoluzione molto personale per i Priest, ed è singolare riscontrare come brani quali “The ripper” abbiano un tocco ancora vagamente heavy metal rispetto a quanto fatto in precedenza (semplice hard rock zeppeliniano), senza pero’ stravolgere o rinnegare alcunchè, anzi confermando indirettamente la derivatività dei due generi (“Victim of changes” è esemplare in tal senso, e media egregiamente questi due aspetti). Un’evoluzione altalenante, dunque, in cui l’aspetto peculiare, alla fine, è che i nostri hanno saputo incattivire il proprio suono quasi sempre senza preavviso: e questo si vedrà in modo estramemente nitido specialmente in uno dei capolavori della band (Painkiller). Il terzo album (del 1977) “Sin after sin” contiene ancora pochi pezzi realmente memorabili, e si segnala soprattutto per la nostalgica ballad “Diamonds and rust” (“You were so good with words And at keeping things vague“, cover di Joan Baez) oltre che per “Dissident Aggressor” (che rimarrà nota anche per essere stata coverizzata dagli Slayer in “South of heaven“). Il successivo “Stained Class” del 1978 irrobustisce un po’ il sound della band, che si lascia comunque andare all’ennesima ballad (“Beyond the realms of death“) e lascia comunque un disco di buon livello anche se, a mio avviso, non proprio memorabile. È con Hell Bent For Leather (1978) che esce fuori l’anima più selvaggia dei Priest: la frenesia di Running Wild – proposta in sede live praticamente da sempre il riff ultra-diretto della title track e, ancora una volta, una seconda ballad memorabile e personalissima (“Before the dawn”: I’ve waited too long, and now you’re leaving, oh please don’t take it all away). 
Bisogna pero’ attendere il 1980 perchè possa uscire fuori il nuovo volto dei Judas Priest, ovvero quelli di British Steel e di pezzi come “Breaking the Law”, “United”, “Living After Midnight” e “Grinder”. L’album presenta tutte le peculiarità di un album di culto, quel feeling selvaggio, aggressivo e schietto che gli amanti del genere ben conoscono o, se preferite, quel tocco di classe in più – ormai quasi completamente distaccato dalle produzioni precedenti – che da’ un senso all’espressione “heavy metal ottantiano“. Dopo un disco dai più bollato come commerciale come “Point of entry“, nel 1982 si torna a picchiare duro sulle sane sonorità “metalliche”: il disco in questione è “Screaming for vengeance” e contiene numerosi classici come Electric Eye, Riding On The Wind e You’ve Got Another Thing Coming. Nel successivo “Defenders of the faith” si presenta uno degli anthem dei Judas Priest (Rock Hard Ride Free, oltre che un inno un manifesto), ma anche la pazzesca (per l’estensione vocale) Jawbreaker ed i letterali “morsi” di Love Bites. Arriva poi (siamo nel 1986) un altro disco piuttosto controverso come “Turbo“, che viene ricordato principalmente per il primo brano – Turbo lover – mentre il resto è orientato su una sorta di glam/hair metal che lascia il tempo che trova, soprattutto perchè nello stesso anno si sta consolidando una corrente diametralmente opposta (Metallica e Slayer). La figura che fa la band, in questa annata, sembra essere alquanto ridimensionata, anche perchè “Ram it down” non dice nulla di esaltante in merito (non mancano titoli accattivanti come “Heavy metal” o Hard As Iron, mentre la cover di Johnny Be Goode finisce per interessare solo come semplice curiosità musicale). Sembrano esserci i presupposti per un declino quasi definitivo dei Priest, ma nel 1990 esce sotto etichetta Sony “Painkiller“, una sorta di sacro monolite nell’ambito del genere. Buttando dalla finestra le strizzate d’occhio più commerciali, Tipton e compagnia sfornano un autentico masterpiece dell’heavy metal “sporco e cattivo”, in cui praticamente tutti i brani sono di altissimo livello: il capolavoro senza eguali Painkiller, il riff accattivante di Hell patrol, la frenesia di All Guns Blazing. Senza dimenticare, e ci mancherebbe altro, Leather Rebel, l’anthem Metal meltdown e la splendida A touch of evil. E non finisce neanche qui, perchè conclude il tutto Battle Hymn / One shot at glory, uno dei capolavori assoluti dei Judas Priest. E tutto questo arriva – parallelamente alla vita di una persona, fatta di alti e bassi, in fondo – dopo tanti errori, tante vittorie, grandi soddisfazioni ed altrettanti flop: e poi – ad un passo dalla gloria… – Rob Halford esce dalla band per essere sostituito dal nuovo cantante Tim Owens. A quel punto cambia tutto, e a poco valgono le successive reunion perchè i Priest, quello che avevano da raccontare, hanno avuto tutto il tempo ed il modo per farlo. La Storia, nel frattempo, era stata già scritta.


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