IRON MAIDEN – Somewhere in Time

Come creare un capolavoro: uno di quei dischi che vorresti non finessero mai e poi mai, proiettati in “qualche luogo del tempo” e rimasti lì, fermi ed inossidabili ad attendere il prossimo ascolto. Nonostante all’epoca il lavoro riuscì a suscitare un comprensibile scalpore per via delle soluzioni basate sui sintetizzatori (in un’epoca in cui non era affato comune fare una scelta del genere), possiamo dire dopo venticinque anni che si tratta di uno dei migliori lavori della vergine di ferro. Introdotto dal singolo “Wasted years“, apprezzatissimo dai più –  non pensare al passato e realizza che gli anni d’oro sono quelli che stai vivendo – si presentò da subito come un carpe diem concretizzato in un perfetto compromesso di melodia e potenza. Ma i Maiden fuggono dal “passatismo” ad oltranza e decidono di virare su sonorità più moderne, e questo mentre i Metallica davano alle stampe Master of puppets e gli Slayer producevano uno dei loro più devastanti masterpiece: Harris e soci decisero di staccarsi da quanto già realizzato egregiamente nel popolare “Number of the beast” e nel sublime “Powerslave” (simboli indissolubili del miglior metal anni 80), evitando in questa sede il meccanismo di riciclo oltranzista fin troppo comune presso altri artisti. L’attitudine della band viene preservata sfoggiando in primis le doti vocali di Dickinson, da sempre fulcro del successo di questa band, in un anno in cui (1986) stavano per confermare la propria popolarità in modo definitivo. Le sgaloppate di Steve Harris e le armonie millimetriche del duo chitarristico Smith/Murray, simboleggiate primariamente da “Stranger in strange land” e dall’opener “Caught Somewhere In Time“, trovano uno sfogo concreto anche all’interno di pezzi meno noti come la splendida “Sea Of Madness“. Per queste ragioni Somewhere in time, opera summa di un sound che stava cercando una nuova dimensione, rimane uno dei più rimarchevoli lavori dei discussi – ed in parte sopravvalutati – anni 80, valorizzando l’attitudine del metallaro, ben nutrito e “carico” da decine di dischi di qualità, attraverso una fuga forsennata e solitaria dalla cappa conformistica che lo attanaglia: esattamente quello che viene descritto in “The loneliness of the long distance runner“, una fuga che sembra evocare la sicurezza di chi sta per vincere su tutto e tutto e che si conclude, nonostante le premesse, su un inatteso “it’s all so futile” da brividi. Da ricordare anche la splendida cover del CD – realizzata come sempre dall’artista Dereck Riggs, che proietta Eddie in un futuro quasi cyberpunk e cita vari riferimenti al passato della band (Acacia Avenue, l’occhio di Horus, l’Ancient Mariner Seafood Restaurant, la Phantom Opera House, l’Aces High Bar e via dicendo).

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