DIMMU BORGIR – Abrahadabra

Dei Dimmu Borgir storici rimangono, nella formazione attuale, soltanto Shagrath (voci e tastiere), Silenoz e Galder (chitarre e voce): per il resto la band si avvale – per una precisa scelta – esclusivamente di session player, tra cui figura per “Abrahadabra” un’intera orchestra. Una premessa a  mio avviso indispensabile per introdurre la recensione di un interessante CD che mi era precedentemente sfuggito; non nascondo che ci fosse dietro una sorta di snobismo, suggeritomi dalle numerose recensioni che hanno stroncato senza appello l’intero lavoro.

Il discorso riprende vita, in buona sostanza, a partire da quanto era stato espresso nei dischi più recenti (in particolare “Death Cult Armageddon“), introducendo elementi sinfonici con una maturità compositiva che ho trovato più incisiva rispetto al passato. Un brano come “Dimmu Borgir“, ad esempio, dai toni profondamente epici, suggerisce la nuova identità della band: costituita delle consuete basi ritmiche possenti, e ricchissima di elementi orchestrali “puri”. Il lavoro è caratterizzato da una complessità compositiva decisamente inedita, ed è molto difficile analizzarla in ogni singola parte per questo motivo: globalmente, comunque, mi sento di dare una valutazione positiva all’intero disco. Il termine “Abrahadabra“, del resto, si richiama agli scritti di Aleister Crowley, ma prima ancora rappresenta di per sè – come detto da Shagrath in alcune interviste – il profondo rinnovamento della band.
Pur considerandomi di “vecchia scuola” – nel senso che per me nulla è di valore come i primi Mayhem oppure i capolavori dei Dimmu Borgir stessi, da For all tid fino al meraviglioso Enthrone Darkness Triumphant – devo riconoscere una grande intensità compositiva ad Abrahadabra, nonostante non introduca novità sconvolgenti di per sè. La “dimora oscura” ha colpito nel segno, fregandosene prima di tutto di mantenere una malintesa “coerenza” con il proprio passato: se poi quest’ultima significava produrre “dischi fotocopia” per l’eternità, ben vengano le novità, sebbene – a dirla tutta – non si tratti di vere e proprie innovazioni. Una variazione sul tema che non sarà certamente capita ed apprezzata da tutti coloro che preferiscono (in maniera del tutto legittima) le sonorità di “Mourning Palace” (o precedenti), ma che merita più di un ascolto e, in definitiva, una complessiva rivalutazione. Un rinnovamento era tutto sommato richiesto prima di tutto dalle circostanze – vedi dipartita di Mustis e Vortex – al fine di scansare sonorità troppo derivative che avrebbero rischiato di mistificare la storia della band: in questo modo, invece, la mossa risulta azzeccata quasi in tutto. Tra i brani rappresentativi segnalarei: “A jewel traced through coal“, epicamente violento e con un blastbeat capace di evocare i bei tempi passati; oppure l’intro maestosa “Xibir“, seguita dal notevole brano “Born Treacherous“, il quale forse rappresenta meglio la nuova band. Brani come “Chess in the abyss” richiamano, inoltre, le sonorità classiche e “teatrali” a cui i nostri ci hanno abituato negli anni: qualche nota dolente, invece, per l’uso un po’ scontato delle voci femminili in “Gateways“, non a caso uno dei brani più criticati in assoluto. Più in generale direi che la componente epico-romantica (cori e tastiere) finisce per avere la meglio sulle solite ritmiche raw, rappresentando così un distacco realizzato – a mio parere – con grandissime abilità compositive, e senza di fatto rinnegare alcunchè.
Anche qui mi trovo costretto a ribadire quello che penso sui Metallica, band che ha risaputamente abbandonato i lidi del thrash metal per dedicarsi, molto semplicemente, a fare altro: per quanto orribili potessero suonare certi nuovi pezzi (o “commerciali”, parola che andrebbe bandita in questi contesti per il suo utilizzo sconsiderato in quasi la totalità dei casi), rimane un passato indimenticabile, che ha fatto scuola e che merita rispetto da parte di tutti. E stesso discorso, mutatis mutandis, dovrebbe valere per la band di Shagrath: certamente rivoluzionata in gran parte, lontana dall’oscura misantropia espressa in capolavori come “Stormblast“, ma certamente capace di proporre ancora (a differenza di altri “colleghi”) un disco con gli attributi, non un masterpiece ma annoverabile tra le migliori uscite in ambito estremo (anche se non underground) degli ultimi anni. Segnalo infine che le varie limited edition, che non ho avuto modo di reperire, contengono – variamente distribuiti – altri 16 pezzi suddivisi tra 4 versioni orchestrali alternative, 10 nuovi brani e 2 cover (DMDR (Dead Men Don’t Rape) della band industrial G.G.F.H., e Perfect Stranger dei Deep Purple).
A cura di Salvatore Headwolf

Band: Dimmu Borgir
Titolo: Abrahadabra
Anno: 2010
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Symphonic Black Metal
Nazione: Norvegia

Tracklist:
1. Xibir
2. Born Treacherous
3. Gateways
4. Chess With the Abyss
5. Dimmu Borgir 
6. Ritualist
7. The Demiurge Molecule 
8. A Jewel Traced Through Coal 
9. Renewal 
10. Endings and Continuations

Lineup:

Shagrath – voce, tastiere
Silenoz – chitarre
Galder – chitarre
Snowy Shaw – basso, voce
Daray – batteria

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