DESTRUCTION – The Antichrist

Non ci sono dubbi che “The Antichrist” sia un disco che, per il tipo di produzione, di stile ottantiano e di periodo di uscita, lasci letteralmente basiti: oltre ad aver contribuito a definire la rinascita di un genere che si voleva morto e sepolto – alla meglio fortemente “hardcorizzato” per renderlo più accettabile – alla faccia di almeno un decennio di sfuriate senza compromessi, i Destruction confermano la propria presenza sulle scene con grandissima autorità. L’attitudine stilistica ed il songwriting dei tre teutonici è, in questa sede, molto sulla falsariga di quello che tutti ricordano dai tempi di “Infernal Overkill” (1985), con in più un livello di produzione (e quindi di qualità sonora) di tutto rispetto, elevato qualitativamente all’ennesima potenza rispetto al suono più grezzo degli esordi. È “Days of confusion” ad aprire le danze con una sorta di intro atmosferica, che introduce ad una nuova apocalisse sonora che – come si scoprirà a brevissimo – è basata essenzialmente su riff ossessivi e granitici: “Thrash ‘till death” – oltre ad essere uno dei migliori anthem live della band assieme alla successiva “Nailed to the cross“, è probabilmente il pezzo di maggior presa, a costituire un disco dal feeling potente anche se non perfettamente uniforme. Questo resta vero nonostante l’originalità non sia una caratteristica propriamente tipica nella band, capace esclusivamente di picchiare duro ricalcando stilemi old school solo vagamente modernizzati. Unendo le forze di Marcel Schirmier (voce e basso), Mike Sifringer (chitarre) e Marc Reign (batteria), il risultato è un disco suddiviso in tre tronconi di lunghezza quasi identica: i primi quattro pezzi che passano veloci come un treno, un rallentamento di feeling nella seconda – non sempre focalizzato, c’è da dire – ed una serie di sfuriate finali che culminano nel capolavoro “The Heretic” (in alcune versioni del disco viene riproposta come bonus track “Curse the gods” tratto dal secondo album). Ascoltando per l’ennesima volta quella che si trovò ad essere uno delle migliori proposte thrash metal europee del periodo, si ha l’impressione di un’attitudine spontanea, votata all’aggressività senza compromessi e senza disdegnare una perizia tecnica considerevole, mai invasiva e non esasperata. Un feeling ancor più consolidato dal fatto che la band, dopo una pausa decennale, proveniva da un disco precedente (All Hell Breaks Loose del 2001) che non aveva esattamente fatto sussultare i propri fan se non per qualche picco di intensità. È anche per questa ragione, e in onore al nome di questa band leggendaria, che “The Antichrist” è candidato a considerarsi uno dei migliori CD thrash metal mai realizzato nel nuovo millennio.

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