DEATH – Symbolic

Symbolic dei Death (probabilmente il simbolo della band), ne venni a conoscenza su una rivista di settore (Metal Shock?) all’epoca dell’uscita, e fu uno dei miei primi orgogliosi acquisti di questo genere, che storicamente & tipicamente viene bistrattato dalla “gente-seria-che-ascolta-musica-seria”. Credo che si tratti dell’apice della carriera di questa ormai defunta band, almeno dei dischi dell’ultimo periodo, superiore anche all’ottimo, conclusivo, “The sound of perseverance”.

Forse tendo ad inserire troppi personalismi all’interno delle recensioni che sto inserendo nel sito: probabilmente è così, sarà che lo spirito critico, che cerco sempre di mantenere attivo, molte volta crolla – assieme al fatidico “essere obiettivi” – a causa del fatto che un disco di merda semplicemente mi piace. E quando mi convinco di questo, è difficile farmi cambiare idea.

Posso stare tranquillo, pero’, che “Symbolic” dei Death è un disco perfetto dal punto di vista concettuale e musicale, che merita tranquillamente un posto d’onore all’interno della collezione dell’appassionato. Credo che tale orrenda definizione (“appassionato”, per non dire lo stereotipato metallaro) possa includere, come un blob magmatico, anche gli amanti delle sonorità pulite, che sembra apprezzino i Death – soprattutto dell’ultima ora – per i virtuosismi e le capacità compositive, unite ad una pulizia sonora davvero insolita per band di questo tipo.

Questo piccolo capolavoro di musicalità estreme, ermetismo & simbolismo elevati all’ennesima potenza, trova una perfetta realizzazione in una formazione, cambiata per l’ennesima volta, che riesce a dare il massimo in ogni istante. Tra essi non possiamo non citare Gene Hoglan, batterista messicano influenzato dal jazz come dal thrash metal (Dave Lombardo su tutti), materializzazione se vogliamo del “musicista perfetto”, in quanto non influenzato da nessuno se non da se stesso. Del resto la sua militanza successiva in Testament, Strapping Young Lad, Old Man’s Child lo dimostra ampiamente.

Chuck Schuldiner: ricordato come uno dei padri innovatori del death metal, musicista estrememante passionale e modestissimo, dotato di una capacità tecnica al di sopra della norma. In “Symbolic”, che ha tutto di un concept album senza pero’ esserlo, esprime il suo personale “about life”. “Sicuramente” – leggiamo da un’intervista a Metal Hammer (link) – ” in quattordici anni di carriera ci sono molti momenti piacevoli e ricordarli tutti è cosa veramente ardua. Quanto invece ai momenti difficili, anche qui ce ne sono veramente tanti, però non voglio cancellarli, voglio portarli sempre con me, perché la vita è fatta di momenti belli e altri peggiori ed è giusto portarsi tutto appresso, perché anche le cose peggiori alla fine aiutano, aiutano a capire meglio la vita ed insegnano come affrontarla.” Sembra quasi che il miglior esorcismo delle paure di “Evil” Chuck siano proprio le note di questo disco: pietre miliari nella musica estrema, che non ti stancheresti mai di ascoltare.

 

“Support music, not rumors” (nda “rumors” è traducibile come “pettegolezzi”, non “rumori”!) 


“I ask my question/Why? What today?/When tomorrow?”
“it must be strange/to not have lived/so far into/existence”
(Perennial Quest)

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