DEATH ANGEL – The Ultra Violence

Band filippina naturalizzata americana (precisamente di San Francisco), composta in questa fase da Gus e Dennis Pepa, Mark Osegueda, Rob Cavestany ed Andy Galeon, propongono il proprio opening-act – senza contare i due demo del 1983 e 1986 – con questo disco. Disco che è bene tener presente che esce un anno dopo Master of puppets e Reign in blood (laudato sì, mio signore). Questo perchè è utile tenere conto, nella sua valutazione, delle influenze e delle “mode” che potevano dominare l’epoca. Difficile senza dubbio riuscire a stare dietro alle due colonne portanti in questione, eppure i nostri (all’epoca semi-sconosciuti) musicisti ci sono riusciti appieno…

“The Ultra Violence” è quindi probabilmente poco noto, una chicca del genere che a quanto mi riferiscono è anche abbastanza difficile da trovare in giro: un’opera che si pone verso l’ascoltatore come un autentico macigno di classico thrash-metal senza compromesso-uno. Si tratta di quei dischi che un marziano, ignaro di tutte le “canzoncine” su questa falsariga dei 5 anni precedenti potrebbe, a causa della sua compatta ed innegabile originalità, definire “seminale”. Il disco ha oggettivamente poco di questa caratteristica, perchè riprone in salsa rinnovata quanto era già stato prodotto da eccellenti colleghi, quali Anthrax e Nuclear Assault, tanto per non citare in eterno Slayer, Testament e Metallica. “The Ultra Violence”, anche
ammesso che sia un mero Ultra-Ricycle, riesce a superare ampiamente in positivo la soglia del “disco che devi sentire assolutamente”. E questo avviene anche solo per le aperture inaspettatamente melodiche di I.P.F.S. (che a me ricordano un po’ quelle di Ride the lighting dei “più grandi thrasher americani votati attualmente all’hard rock fighetto”)

Su questo blog difficilmente parlo delle bande troppo legate a mantenersi fedeli a se stesse fregandosene delle innovazioni e del pubblico: in effetti i Death Angel non ricadono in questa tipologia, pur proponendo in questa fase un disco che sembrava relegarli ad una dimensione monolitica. Riff granitici, spaccaossa, veloci come pochi all’epoca, per arrivare a “Kill as one”, splendida track-list che chiude anche oggi i loro concerti, possiede
le caratteristiche che rendono un pezzo thrash un vero e proprio anthem: ritmiche spasmodiche da tendinite, ferocia e quel tocco quasi-hardcore dei cori nel ritornello.

I nostri su questo CD ci sanno fare sul serio: basta ascoltare la nevrotica “Evil Priest”, la succitata title-track e “Mistress of Pain”.
I Death Angel arrivarono con questo disco dove all’epoca riuscirono a giungere in pochi: e questo pur senza proporre stilemi sconvolgenti, e con qualche tocco di “già sentito” di troppo.
Ma quello, in fondo, nel thrash-hardcore-metal non guasta (quasi) mai.
Sito Ufficiale

Dimenticavo: the Ultra-Violence, con quel tocco di cambi continui e lunghezza da brano prog, che piace ai più esigenti.

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