CHEETAH CHROME MOTHERFUCKERS – Into The Void


Cheetah Chrome Motherfuckers è il nome dietro il quale si celano i “loschi figuri” che vedete nella foto, i quali hanno prodotto una serie di EP autoprodotti su nastro, prima di proporre in questa unica uscita, seguita da un disco live. “Into the void“: dentro il vuoto. I CCM subiscono anzitutto l’influenza di se stessi, anche se dentro “Into the void” potete trovare una serie di influenze che vanno dal punk più propriamente ’77 al blues più malato che si possa concepite. I CCM sono una di quelle band che, pur non essendo tecnicamente eccelse, riuscirono a proporre (nel 1986) un sound che si richiama in certi punti al raw black metal (!), in altri va a fare una visitina al blues, alla psichedelia, all’hardcore, al rock senza genere, al genere-non-pervenuto, al noise. Questa affermazione potete verificarla voi stessi andando ad ascoltare anche solo i primi quattro brani: un risultato finale decisamente complesso e difficile da catalogare, certamente molto valido anche solo per questo motivo.

Il disco si apre sulle note della classicheggiante (perdonate l’orrore linguistico) “Feel like“, che ci proietta nello sporco universo propinàtoci dalla band: un sound che, come dichiarato dallo storico chitarrista Dome La Muerte in un’intervista, non era neanche pienamente cònscio di “essere hardcore. Meglio così, in fondo. Specificando meglio, i CCM costruiscono punk fatto di urla laceranti e rumori non convenzionali: un sound che potrebbe richiamare, ad un primo ascolto, una certa monotonìa di fondo, che pezzi come “Enemy” provvedono a spezzare in pochi attimi. Tale pezzo si apre sui lamenti di Syd alla voce, che potrebbero albergare tranquillamente in un’uscita dark-rock di quel periodo: ma poi tutto riprende esattamente da dove era cominciato. Anche questo, così ostentatamente malaticcio e consapevole di se stesso, è hardcore. Vedi anche la splendida “Crushed by the wheels of industry“, che ripropone – come altri simili band – la tematica del rapporto violento uomo-macchina.

Le pause di “Sterilized”, poi, si alternano a schitarrate senza un’apparente logica: ed è esattamente a questo punto che sentirete, forse solo per qualche attimo, richiami ad un disco che avrebbero potuto fare, solo anni dopo, le band black metal votate al punk-hardcore (Impaled Nazarene e recenti Dark Funeral, ad esempio). Questo aspetto, anche se mi rendo conto essere molto personale e non certo riscontrabile in ognuno di voi, rende “Into the void” forse ancora meglio di quello che è. Un disco a volte violentemente psichedelico, convulso, “inascoltabile” nel senso più orgasmico del termine e, in una parola, da possedere ad ogni costo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: