CEPHALIC CARNAGE – Anomalies

Credo che “Anomalies” dei Cephalic Carnage rientri tra i dischi più sottovalutati del nuovo millennio in ambito musicale estremo: non ho ben capito per quale motivo ciò possa essere avvenuto, in realtà, e sono convinto che dipenda in gran parte dall’abitudine a considerare, sempre e comunque, le band suddividendole in compartimenti stagni. Il punto è, a mio avviso, che questo è uno dei tanti album che tende a valicare più generi, contaminando il grindcore con elementi apparentemente ad esso estranei (derivanti dal rock più sperimentale), i quali trovano pero’ una collocazione ben precisa all’interno delle tendenza attuali delle migliori band. Sono lontani – per quanto ancora brillanti – i tempi in cui bastavano quattro schitarrate feroci ed “attitudinali” per creare un pezzo di questo tipo, e sono trascorsi eoni da quando era ritenuto indispensabile mantenere la durata media dei brani inferiore ad un minuto e mezzo: in questo album ci si assesta su una durata più consona ad un brano “classico”, se vogliamo, spaziando pero’ talmente tanto da rendere difficile non solo la catalogazione, ma anche la definizione stessa di “durata media”. Un album folle, se vogliamo, improntato alla consueta creatività dei nostri musicisti che partono spingendo subito sull’acceleratore (la ferocissima “Scientific Remote Viewing” che farebbe pensare ad un album di tutt’altra fattura, per la verità) salvo poi iniziare a modificare radicalmente l’approccio musicale, con il riff puramente grind di “Wraith“, intervallato sapientemente da variazioni di riff ed assoli pienamente degni dell’etichetta (abusatissima, ma tant’è) “progressive“. Mondi che si scontrano, in qualche modo, e con grande successo: viene in mente il celebre sci-fi anni 50 che ha segnato un’epoca… a mio avviso, con le dovute proporzioni, anche Anomalies lo ha fatto, e per operare in questa direzione ha scelto, molto sinteticamente, l’improbabilità.

Quello che intendo è che le scelte sonore della band piantano un seme fortemente grindcore ma poi, presi dall’euforia e dall’estrema competenza strumentistica, riescono a farlo diventare una pianta di natura bizzarra, a volte doom, altre sludge, altre ancora rock, e poi chissà che altro. Il genere tra i più monolitici che la storia conosca, estraneo alla maggioranza delle logiche di mercato ed incentrato da almeno un decennio su un ostentato (coerente e spesso autoreferenziale) ripetere se stessi per rinascere album dopo album, viene qui splendidamente vivisezionato nella sua interezza. Counting the days (ma anche la sabbathiana Piecemaker) dimostra a mio avviso ampiamente questo assunto, e riesce nel suo intento mantendo incontaminato “l’essere grindcore” della band stessa: senza snaturare, senza avvilire il suono, ma mostrandosi semplicemente come una sua evoluzione cibernetica e – in parte – quasi avanguardista. Le melodie arpeggiate ed irregolari di Inside Is Out dimostrano poi come si possa strutturare, oggi, un pezzo di musicalità velenosa senza risultare fuori tempo, anzi apponendo fondamentali cambiamenti alle componenti del suono, modernizzandole, brutalizzandole e senza ostentare – al tempo stesso – alcunchè di vuotamente old-school. Dying Will Be the Death of Me – forse uno dei pezzi dalla venatura più apertamente ironica – racconta dell’ennesima, inerme, vittima di se stesso, e nel farlo propina riff veloci e brutali come si addice al genere, e strizzando l’occhio sia a certo death metal svedese di scuola At the gates che a certe sonorità metal considerate usualmente più commerciali. Certo è che Anomalies, con le sue tematiche ambientaliste, apocalittiche ed intimiste, probabilmente – in termini di creatività – è uno dei migliori lavori dei Cephalic Carnage, e possiede poco o nulla di orecchiabile: questo finisce (diversamente dal solito) per essere una nota a favore dell’ascolto anche da parte di chi crede, a torto o a ragione, che ascoltare un brano grindcore sia uguale ad ascoltarne cento. Il disco culmina – e possiede la propria assoluta apoteosi – con il capolavoro Ontogeny Of Behavior: una vera e propria suite grindcore (!) di quasi dieci minuti e – nota bene – senza un solo momento di noia, la quale si precisa a chiare lettere come questo genere sia diventato, negli anni, tutt’altro che un’insulso insieme di stereotipi grondanti sangue. Una via di mezzo tra una jam session che più malata e psichedelica non si può, coniugata con le modalità di una composizione musicale tra le più compatte mai concepite negli ultimi anni. Un pezzo che chiude degnamente un piccolo – e misconosciuto – capolavoro dei Cephalic Carnage, formando un connubio incredibile tra il grindcore più feroce ed il feeling oscuro dei System of a down di Aerials.