10 concept album che hanno fatto la storia

10 concept album che hanno fatto la storia

10 Novembre 2019 0 Di Salvatore "Headwolf" Capolupo

Nella miriade discografica di cui possiamo godere oggi, soprattutto grazie ad internet e a realtà come Spotify, parlare dei dieci migliori concept album può sembrare un azzardo ma rischia, di fatto, di ridursi a ricercare tra i soliti, vecchi titoli che conoscono tutti. La definizione di concept, del resto, è discordante tra vari esperti: in genere in album di questo tipo esiste un vero e proprio sviluppo narrativo, ma potrebbe anche trattarsi di una tematica unica, incentrata su aspetti esistenziali oppure di ambiente. Insomma un concept si prefigura spesso come un vero e proprio film o libro, nel quale possiamo farci suggestionare più dal contesto che dai singoli pezzi. In altri casi, poi, i pezzi sono accomunati da un feeling espressivo comune (ad esempio un disco che narra uno scenario indefinito, magari post-apocalittico) senza avere uno sviluppo narrativo esplicito. Ovviamente ho filtrato gli album che ritenevo più interessanti ed ho dovuto fare una selezione di album e, per ovvie ragioni di spazio, non ho potuto riportare tutto quello che avrei voluto.

Proprio nell’era dell’ascolto frettoloso su piattaforme di streaming o sul proprio telefono, anche mantenere un singolo album interamente scaricato occupa troppo spazio (e richiede troppo tempo): guarda caso, in effetti, il declino dei concept si è verificato con l’avvento di MTV, che richiedeva un formato più snello e di rapida fruizione. Ad ogni modo i dieci dischi che ho individuato in questo articolo, dei generi più vari tra loro, sono passati alla storia come opere monolitiche e spesso quasi monumentali, e tra di esse potreste scoprire dischi che non conoscevate.

Operation: Mindcrime dei Queensrÿche (EMI, 1988)

Stando a periodici come Kerrang!, questo disco dei Queensrÿche rientra tra i migliori 100 dischi mai registrati nella storia dell’heavy metal. L’album ruota attorno a due personaggi: Nikki, un ex tossicodipendente, manovrato dalla figura del Dr. X (che nel seguito del concept, Operation: Mindcrime II, sarà interpretato da Ronnie James Dio). L’intero disco, nell’incedere di vari pezzi (ovviamente collegati tra loro), è una narrazione dei ricordi che hanno portato Nikki in ospedale, attraverso la tecnica del flashback.

In particolare fu molto in voga, con annesso video ufficiale, il brano “I don’t believe in love“, dai suggestivi versi: She said she loved me / I guess I never knew / But do we ever, ever really know?

The Wall dei Pink Floyd (Harvest and Columbia Records, 1979)

Per quanto sia scontato inserire questo disco dei Pink Floyd in una lista del genere, The Wall non è mai stato uniformemente amato dai fan della band: i motivi sono legati ad un sound che stava definitivamente mutando (e cambierà molte altre volte nel seguito), abbandonando la psichedelia pura dovuta in gran parte a Syd Barrett dei primi album.

L’aspetto narrativo di The Wall è talmente nitido che nel 1982 uscì anche un film, molto famoso, ispirato The wall, diretto da Alan Parker e animato da Gerald Scarfe. Per i pochi che non lo sapessero, la storia è focalizzata sul personaggio di Pink, una rockstar in depressione: finirà per costruire un muro attorno a sè per trovare rifugio dalla socialità che lo spaventa, immaginando un prorpio alter-ego neo-nazista che viene osannato dai fan.

The wall peraltro compirà a breve 40 anni, essendo uscito il 30 novembre 1979. Ed è in occasione di questa importante ricorrenza che propongo il video di una delle sequenza più belle del film, in grado di raccontare (con splendide animazioni e raffinate simbologie) la storia che c’è dietro l’album.

The Kinks Are the Village Green Preservation Society dei The Kinks, 1968, Pye,Reprise)

Il quarto album dei The Kinks (la band inglese nota per il brano proto-hard rock You really got me) è anch’esso un concept album ambientato in un villaggio inglese tradizionale, caratterizzato da noti nostalgici e filo-bucolici. Venne registrato nel 1968, e contiene brani registrati nei due anni precedenti.

Secondo testate come PitchFork questo album è stato decisamente influente per generazioni di artisti indie rock viste in seguito, e può essere considerato uno dei dischi più significativi della band.

Quadrophenia (The Who, 1966)

Altro concept monumentale e, per molti versi, simile (e probabilmente ispiratore) dell’opera magna dei Pink Floyd che abbiamo citato in precedenza. Fu importante perchè segnò una svolta, l’ennesima, nella carriera della band di Pete Townshend, che ha scritto la totalità dei brani contenuti nel disco. Per completezza avrei dovuto citare anche Tommy, per la verità, il quale racconta la storia di un bambino cresciuto tra mille soprusi nel mutismo assoluto, ma per sintesi ho preferito concentrarmi su Quadrophenia: forse l’opera più ambiziosa in assoluto mai registrata dalla band.

La storia è quella di Jimmy, un mod dell’Inghilterra anni ’60 soffocato dalle convenzioni sociali e da un lavoro massacrante. Inizia così una serie di percorsi lontani dal mainstream, assumendo amfetamine, andando in giro sull’amatissimo scooter e facendo risse con i Rockers rivali. L’epilogo della sua storia sarà tragico: non solo sarà cacciato di casa dai genitori ed abbandonato dalla ragazza che ama, ma scoprirà anche che il suo idolo Ace Face (interpretato da Sting, nel film), contrariamente ad una parvenza ribelle e anti-conformista, lavora come fattorino in un hotel di lusso. Sul finale, poi, non è chiaro se il protagonista arrivi al suicidio o se abbia gettato nel burrone soltanto lo scooter simbolo della sua sotto-cultura.

Anche in questo caso è stato realizzato un film ispirato ai lunghissimi brani del disco.

Tales from Topographic Oceans degli Yes (Atlantic Records, 1973)

Uno dei dischi più complessi della discografia della band, tra i le principali fautrici del progressive rock inglese, caratterizzato da un’arrangiamento molto articolato (e vari assoli con il sintetizzatore minimoog). Il tutto è ispirato al libro “Autobiografia di uno Yogi di Paramhansa Yogananda, incentrato sull’induismo. Che si tratti di un’opera non banale (e secondi alcuni parzialmente indigesta) è evidente dalla lunghezza delle suite, solo 4 quattro tracce – in controtendenza, pertanto, rispetto al format classico delle opere rock – della lunghezza di 20 minuti ciascuna.

Thick as a brick (Jethro Tull, Chrysalis)

Thick as a Brick, il quinto album dei Jethro Tull (subito dopo il masterpiece Aqualung) è singolare per il suo concepimento: la mente della band Ian Anderson, infatti, volle proporre una versione di concept che fosse almeno in parte in controtendenza rispetto alla “moda” consolidata all’epoca, ed è infatti composto da un disco monolitico con due sole tracce, semplicemente Thick as a Brick Part 1 e Thick as a Brick Part 2 (tradotto in italiano il titolo significa qualcosa tipo “ottuso come un mattone“).

Si tratta di uno dei pochissimi concept dai toni ironici, in cui si racconta la storia di un presunto ragazzino prodigio (Gerald Bostock), autore di un poema epico da lui stesso concepito. L’opera del protagonista partecipa ad un contest: il suo lavoro che dovrebbe attirare i favori della critica e farlo premiare, ma – sul più bello – la giuria cambia il verdetto. Il poema viene considerato offensivo e irriverente, ed il ragazzino sospettato di non essere sano di mente. Molti fan del gruppo non compresero le reali intenzioni dell’opera, ed alcuni arrivarono a pensare che Bostock fosse un personaggio realmente esistito.

YS dei Balletto di bronzo (1972, Polydor)

Il concept album YS dei Balletto di bronzo rientra a pieno diritto nella definizione di concept album: per inciso, la creatura dell’istrionico Gianni Leone è risorta da qualche anno e prevede una formazione con nuovi elementi, senza chitarra e con la maggioranza dei brani riproposti in chiave riarrangiata. YS è ispirato a un racconto medievale francese dal titolo L’Histoire d’YS: il testo dell’album è noto per i numerosi spunti esoterici e misticheggianti, narrando di un ultimo essere vivente rimasto sulla Terra che cerca disperatamente di tramandare un messaggio di rinnovamento. Sicuramente l’opera più celebre e probabilmente migliore della discografia della band italiana, che abbandona in questo album i lidi dell’hard rock (modello primi Led Zeppelin, per intenderci) per mettere in piedi un disco davvero unico del proprio genere.

The crimson idol dei WASP (1992, Capitol Records)

Questo disco del 1992 dei W.A.S.P. possiede molti punti in comune con The Wall dei Pink Floyd e con Quadrophenia, tanto da evocarne una sorta di riarrangiamento in chiave metal; una vera e propria rock opera che finirà per ispirare, ad esempio, in chiave ironica il celebre The pick of destiny dei Tenacious D.

Il protagonista della storia è il giovane Jonathan Aaron Steel, emarginato dalla propria famiglia il quale, dopo la morte del fratello, decide di diventare un musicista e scappa di casa. Abbagliato da un successo inaspettato (e costituito soprattutto di eccessi, alcolici, party e droga), ristabilisce le proprie priorità personali e si decide a rifarsi vivo con i propri affetti: ma l’epilogo non potrà che essere drammatico, con tanto di iconico finale (Jonathan decide di impiccarsi usando le corde della chitarra).

Seventh son of a seventh son degli Iron Maiden, (1988, EMI)

Anche gli Iron Maiden hanno realizzato il proprio concept album: l’idea venne a Steve Harris dopo aver letto l’opera fantasy Seventh Son di Orson Scott Card. L’idea del settimo figlio di un settimo figlio deriva dal folklore, possiede numerose derivazioni e presente un equivalente anche in Italia, precisamente nei cosiddetti serpari e nella figura del ciarallo, nell’antica Roma chiamato “marsus”: erano considerati maghi in grado di controllare i rettili.

Year Zero dei Nine Inch Nails (2007, Interscope Records)

L’ultimo concept che riprendiamo in questo articolo è ambientato in un futuro distopico, anno 2022, negli Stati Uniti. Quello che immagina Trent Reznor è un futuro totalmente militarizzato, in cui il Governo controlla la popolazione mediante droghe psicotrope, utilizzando toni apocalittici e molto critici verso l’allora governo USA. Una critica che, letta oggi, appare almeno in parte profetica e continua a suo modo ad essere molto attuale.

Da Year Zero è stato tratto anche un gioco di ruolo di genere alternate reality, ovvero che sfrutta scenari del mondo reale connessi ad internet. La copertina di questo articolo è tratta dall’artwork ufficiale del gioco.

Ryan Tanaka [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons