Intervista agli Heaven on Fire

Intervista agli Heaven on Fire

Da poco usciti con il nuovo ep “Creed”, abbiamo avuto la possibilità di fare quattro chiacchere con gli Heaven on Fire, grazie alla Rwpromo.

Il nuovo ep, intitolato “Creed”, è uscito dopo un lungo periodo di crisi per il mondo, come ci si sente a ridare alle stampe un disco?

Una grande soddisfazione, soprattutto per aver resistito a tutto quello che è successo. Tante band si sono sciolte in questi due anni, noi abbiamo avuto la pazienza di aspettare. Siamo entrati in studio per registrare il disco nel gennaio 2020, da quel momento è successo quello che tutti sappiamo per cui dovevamo interrompere continuamente.  

È stato difficile realizzarlo con tutti i limiti imposti dalla pandemia?

Si perché interrompendo continuamente il lavoro in studio, riprendere diventava sempre più complicato. Si può fare e noi lo abbiamo fatto, anche se iniziare una sessione di registrazione con un ”dove eravamo rimasti?” non è il massimo.

 

Parlateci del nuovo ep e del significato della vostra musica

Creed è il singolo di cui abbiamo realizzato il video ed è un inno al lavoro di squadra. In un momento storico come questo in cui viene esasperato l’ego, sentivamo il bisogno di ribadire il concetto di lavoro di gruppo. Ispirato chiaramente allo sport di squadra, ci è piaciuto ribadire che certe dinamiche sono applicabili nella vita in generale. Ormai pensiamo e ci vogliono convincere che possiamo fare tutto da soli, anche curarci, perché tanto su internet si trova ogni tipo di informazione, capire poi quali sono attendibili è tutt’altro che semplice ma questo è un altro discorso.

Per quanto riguarda My Way è una riflessione che ho fatto sul panorama musicale alternativo, soprattutto quello più “arrabbiato”. Trovo curioso come in alcuni casi, musicisti e band parlino di ribellione e poi per ottenere un pochino di visibilità son disposti a scendere ad ogni tipo di compromesso. L’arte deve svilupparsi in maniera coerente e spontanea.

Slave and master è una presa in giro a tutti quelli che per anni hanno vissuto all’ombra di qualcuno o qualcosa, o anche di se stessi e ad un certo punto decidono di “recuperare” il tempo perduto cadendo nel ridicolo.

 

In alcuni momenti i vostri brani ricordano gli anni d’oro dell’hard rock, quanto il passato vi influenza?

Molto, ogni forma d’arte è sempre fortemente influenzata da ciò che l’ha preceduta. L’hard rock che va dai primi anni ’70 fino a metà anni ’90 è ciò che ascoltiamo principalmente per cui ci viene naturale replicarlo con i nostri strumenti.

 

Il rock, nel mondo musicale moderno ha ancora il ruolo di ribellione che lo ha caratterizzato alle sue origini?

Purtroppo no. Il brano “My Way” infatti parla proprio di questo. Io vedo band underground come noi, che non hanno alcun tipo di pressione, pensare troppo al mercato e a cosa la gente si aspetta. Credo che a questi livelli devi sentirti libero di fare veramente ciò che vuoi curando al meglio gli aspetti tecnici e l’emotività della tua musica. Bisogna ascoltare soltanto chi ci può aiutare a realizzare ciò che abbiamo in mente. 

Cosa ne pensate delle band rock di oggi?

Che purtroppo hanno un po’ perso il concetto di dinamica. La maggior parte dei dischi odierni di questo genere hanno un mood sempre uguale, non si sente più il tocco di chi ha suonato in quei dischi. Le batterie vengono “triggerate” e compresse al punto che potrebbe averle suonate chiunque e non si sentirebbe la differenza.

Forse qualcuno inizia a rendersi conto di questa cosa e sta tornando a suonare e registrare alla vecchia maniera puntando alla dinamica piuttosto che al volume.

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