Fosch Fest 2013: il report dell’evento!

Presenziare al Fosch Fest è oramai un obbligo. Storicamente tenuto a fine Luglio quest’anno le  date cambiano data la concomitanza col Metal Days e il festival si è tenuto nel weekend centrale del mese.

Organizzare gli esami per avere questi giorni liberi non è stata impresa semplice ma assolutamente necessaria data anche l’occasione di intervistare i Lou Quinse e Roberto Freri, fra gli organizzatori. Per queste due ultime interviste ci sarà da aspettare qualche giorno, intanto ancora tantissimi ringraziamenti ad entrambi per la disponibilità.

Oramai appuntamento fisso per tutti gli appassionati di Folk Metal e derivati, arrivato alla quinta edizione, il festival bergamasco ripropone per la terza volta una due giorni densa di gruppi interessanti, fra attesissimi headliners, band italiane e tre “chicche”: il primo show italiano dei leggendari Skyforger e degli Wolfchant e la presenza della storica band celtic-metal Cruachan.

Sarebbe riduttivo parlare solamente dei gruppi e delle loro prestazioni in quanto il Fosch Fest è per l’appunto una festa: il tempo passato sotto al palco ne rappresenta solamente una parte, il campeggio è uno show di per se meritevole forse di un live report a parte. Non per niente oramai fare campeggi casuali è diventato per me il miglior modo di passare i weekend. Per maggiori info su festival dove non suona nessuno ma in cui c’è tanta ignoranza fate un salto qua.

Cominciamo quindi il racconto di questa festa andando per ordine e partendo dal nostro arrivo, Venerdì verso le 22:00.

Il Venerdì (12 Luglio)

Tutte le mie buone intenzioni di fare per una volta tanto la persona seria scompaiono tipo cinque minuti dopo il mio arrivo nei quali bevo qualcosa come cinque tipi diversi di alcolici. Fra bottiglie di ottimo idromele (ringraziamo tutti Fabio “Daet Amon” “Gesù” per questo) e birre di ben più infima qualità (tipo birre in PVC calde e sgasate); la notte del Venerdì scorre assieme agli altri abusivisti folkottoniani, inseparabili compagni di campeggio.

Un sacco di gente, molta di più dell’anno scorso, ha già posizionato la sua tenda ed è già in giro a bere e far casino. A portarci a letto è la pioggia che comincia a cadere verso le 4.30, cogliendo però preparati più o meno tutti gli astanti, in particolare il sottoscritto, invincibile alla pioggia grazie a un pocho salvavita acquistato l’anno scorso nella fanghiglia di Wacken. Il meteo avverso tornerà poi a disturbarci Sabato ma per ora ci grazia cadendo solo a tarda notte.

Questa cronaca del Venerdì potrebbe essere ripresa pari pari per gli altri due giorni. Non voglio dilungarmi ma potete immaginare il numero infinito di cretinate che possono venire in mente a metallari ubriachi ed esaltati. Insomma, il campeggio del Fosch Fest andrebbe inserito nel bill.

Il Sabato (13 Luglio)

Dopo ben due ore di sonno il tipico caldo torrido da tenda ci sveglia. Un’uscita dalla tenda in modalità stealth e una bella prima colazione, la mattinata scorre al sacro bar del centro sportivo adiacente al campeggio, la cui ombra e fresco meriterebbero una statua.

All’apertura dei cancelli possiamo notare come più o meno l’impianto del Fosch sia uguale ai due anni passati: le uniche piccole differenze sono l’assenza dell’area dove si tenevano rivisitazioni medioevali, un impianto a LED posto come sfondo del palco e più rigidi controlli all’ingresso, sia per i biglietti che per gli vorse/bottiglie. A gestire la sicurezza non ci sono più i ragazzi dello Staff Stoff ma agenti di sicurezza e più tardi anche carabinieri. L’utilità di questi ultimi ci viene subito mostrata: un ragazzo, arrabbiatissimo con un altro già entrato, cerca di sfondare i controlli col chiaro intento (urlatissimo) di rovinare la festa al secondo. Gli uomini della sicurezza provvedono non senza difficoltà a “tranquillizzarlo”, ma il pensiero di cosa sarebbe potuto accadere l’anno scorso è alquanto turbante. Per fortuna pare che problemi di questo tipo siano stati assolutamente rarissimi.

L’utilità dello schermo è stata invece alquanto dubbia, più che altro per le immagini passate dallo stesso, definite non ricordo da chi “sfondi di windows media player”. In effetti a parte pochi gruppi (Wolfchant, Lou Quinse) nessuno ha sfruttato lo schermo, lasciato a trasmettere appunto quelli che sembravano screensaver.

Recuperato il mio accredito e il mio fan pack è la volta di intervistare i Lou Quinse, fra una birra e tanto casino fatto sotto uno dei tendoni. Finita questa e pranzato è (finalmente) l’ora di parlare di musica: ad aprire il festival ci sono i Maladecia.

  • Maladecia

Ai Maladecia tocca aprire questa edizione sotto il sole cocente delle tre di pomeriggio. Provenienti da Cuneo ci propongono un folk metal senza tanti fronzoli ma con solide radici occitane e montanare. Uno stile molto Korpiklaani di cui tra l’altro ci propongono una ottima cover, ‘Grappa’, sulle rime di Vodka’. Il pubblico comincia ad arrivare, infiammati dal chitarrista/cantante sporco Daniele e dal cantante in pulito/organettista Paolo. Si scatena anche il pogo, soprattutto sulla cover sopracitata, nonostante davvero il caldo picchi senza pietà.

A completare la parte acustica ci pensa Floriano, con cornamusa, flauti e addirittura conchiglie. Ottima a mio parere la sua prestazione, sia nei cori sia appunto nell’uso di questi strumenti, un po’ rovinata dall’audio non eccepibile ma assolutamente sopra il livello di numerosi altri concerti, sia open air che no.

Numerosi i pezzi interessanti tra cui voglio citare l’ottima Olmo’, cantata sull’album da Lore dei Folkstone ma che rende bene anche senza questa collaborazione e l’interpretazione del classico Sem Montanhols’.

I Maladecia aprono bene, dimostrando un attitudine live molto buona, e, seppur in maniera non originalissima, ci propongono un buon folk metal, fresco e divertente. Dopo aver suonato anche un pezzo in più di quelli previsti dalla scaletta è l’ora dei Lou Quinse, fra i gruppi più attesi del sottoscritto.

Setlist:

  1. La Vacho Malo
  2. Sem Mountanhol / Dijo Jouantoun
  3. Diaou
  4. Maladecia
  5. La Bataiolo
  6. Olmo
  7. Grappa
  8. Bela Bergera
  9. L’azi ‘d Chocc
  • Lou Quinse

Seconda band del bill e seconda band fieramente montanara della giornata i Lou Quinse si presentano sul palco con ”l’assenza ingiustificata” del ghirondista ma comunque con una delle formazioni più ampie viste mai al fosch: batteria, basso, doppia chitarra, voce, percussioni, organetto, fiati. Menzione speciale alla chitarra di Dennis Anzalone “VI Lo Calinhaire”e ai fiati di Michele Tron “VII Lo Carreton”, ex-Henderwyd e unici due musicisti a ripetere l’esperienza del Fosch per due anni di fila. In particolare plauso al giovanissimo Michele, passato dalla batteria ai fiati con una semplicità e un risultato imbarazzante.

Con un suono che nonostante tutto tiene bene, merito anche del fonico personale Luca Brava, “IV L’Emperaire”, i quindici sfoderano una bella prestazione, attirando molto pubblico che all’inizio sembrava un po’ freddo.

Band che a mio parere merita molto più successo di quello che ha, dimostra di saperci fare insomma e come detto, dopo un inizio lento, infiamma il pubblico che si scatena definitivamente. Saranno numerosi a portare magliette degli stessi per il resto del weekend, segno che la band ha colpito i numerosi che non la conoscevano.

Ringraziandoli ancora per la fantastica intervista e per tutto il resto, spero di rivederli presto. Le band italiane finiscono per il primo giorno, è il momento dei Wolfchant.

Setlist:

  1. Pour passer lou Rhone
  2. Diga Joanetta
  3. En passant la riviere
  4. Rondeau de la forca
  5. Calant de Villafranca
  6. La dancarem pus
  7. La Grava
  8. Para lo lop
  • Wolfchant

Non è semplice parlare di questo live per il sottoscritto. Band conosciuta casualmente grazie a un regalo (‘Call of the Black Winds’, 2011) e subito adorata, caratterizzata da una doppia voce e da un miscuglio di generi fra l’epic il pagan tedesco, quando ho letto il loro nome sono letteralmente saltato sulla sedia.

Immediatamente proiettato in seconda fila con i piedi e in prima fila col resto del corpo, mi accorgo della mancanza del tastierista Gvern. La preoccupazione per questa assenza viene spazzata via da uno show spettacolare, assolutamente nella mie attese.

Dopo aver iniziato con l’intro e la titletrack dell’ultimo ‘Embraced by Fire’ (da noi recensito) vado in trance per Eremit’ sperando sinceramente che i tedeschi ci delizino con molti pezzi tratti dall’album sopracitato, il mio preferito, con buona pace dei molti che invece preferiscono la prima metà della discografia del gruppo.

Si torna però subito alla nuova uscita con la pur ottima Element’, sotto la quale si scatena un violentissimo pogo. La situazione degenera con mio sommo gaudio con la tremenda tripletta successiva: ‘A Pagan Storm’ è un completo personale delirio, penso d’aver pianto, perso la voce e eiaculato contemporaneamente; ‘Never Too Drunk’ inizia con un “wall of death” fra i più riusciti del festival e si conclude con degli inaspettati tecnicismi shredding dei membri; ‘Naturgewalt’, una delle principali fonti del mio tedesco, è un delirio.

Dopo essere tornati all’ultima uscita con ‘Autumns Breath’ la chiusura è dedicata a ‘Call Of The Black Winds’, tanto per non interrompere il massacro.

Insomma un grandissimo live (forse un po’ corto) che, seppur dedicato pesantemente all’ultima uscita, mi esalta a livelli incredibili. Grandissima anche la presenza scenica, con i due cantanti Lokhi e Nortwin letteralmente padroni della scena. Da citare le bellissime pose del secondo, degne del miglior Eric Adams.

Potrei essere già contento così. Dopo la cena la pioggia batte forte e ci costringe a una ritirata in tenda per recuperare energie e pocho dell’invincibilità.

Setlist:

  1. Devouring Flames (Intro)
  2. Embraced by Fire
  3. Eremit
  4. Element
  5. A Pagan Storm
  6. Never too drunk
  7. Naturgewalt
  8. Autumns Breath
  9. Call of the black winds
  • Cruachan

“Recuperare energie” si tramuta in un “bere birra” in pochissimo tempo e solo le prime note dei Cruachan che riescono ad arrivare in tenda ci richiamano all’ordine. Sotto un bel temporale si torna sotto il palco ma dopo poco lo show s’interrompe per problemi all’impianto audio, verosimilmente dovuti alla pioggia battente. Tutto si aggiusta, scopro di aver perso ben tre pezzi, maledetto luppolo.

Si ricomincia, intanto chiedo se per caso ho perso ‘Ride On’, mi dicono di no, tiro un sospiro di sollievo. Mi pento subito di essermi perso i primi pezzi: i Cruachan sono perfetti dal vivo, imbastiscono un lunghissimo ed intensissimo live condito da momenti divertentissimi come in ‘Some Say the Devil is Dead’, da momenti assolutamente black come in ‘Pagan’ e da momenti intensissimi e romantici, il cui naturale picco è uno e uno solo: la splendida, commovente, perfetta, ‘Ride On’.

Una ulteriore chicca viene aggiunta quando Keith annuncia che eseguiranno un pezzo nuovo per la prima volta dal vivo. Di pezzi nuovi ce ne saranno alla fine due, ‘The Sea Queen of Connaught’ e ‘Marching Song of Feach Mac Hugh’. La qualità dei due sembra davvero elevatissima, se tutto il nuovo album sarà composto a questo livello entrerà sicuramente negli annali.

Unica pecca la voce femminile, assolutamente penalizzata dall’audio è vero ma che a molti, me compreso, non è sembrata all’altezza della situazione. Che sia tutta colpa dell’audio, su questo punto assolutamente insufficiente? Ai posteri l’ardua sentenza.

Durante il concerto dei Cruachan facce sornioni spuntano sul palco. Chi potrebbero mai essere se non i successivi Alestorm? Christoper Bowes mostra più volte il suo faccione, Pete Alcorn, seduto sul lato del palco, sembra voler imitare il suo collega irlandese seguendo tutti i pezzi su una batteria immaginaria.

Gli Alestorm sembrano insomma carichissimi.

Setlist:

  1. Pagan Hate
  2. The Horned God
  3. Maeves March
  4. Thy Kingdom Gone
  5. Blood on the Black Robe
  6. Some say the devil is dead
  7. The Sea Queen of Connaught (new song)
  8. The Great Hunger
  9. Marching Song of Feach Mac Hugh (new song)
  10. Ossians Return / Brian Boru
  11. Pagan
  12. Ride On
  13. Morrigans Call
  14. I am Warrior
  • Alestorm

Ci vuole pochissimo per capire che gli Alestorm e in particolare Christoper Bowes sono effettivamente carichissimi. Visti in precedenza all’Heidenfest 2011 non mi avevano impressionato più di tanto. Giudizio condiviso da altri che viene completamente stravolto in un paio d’ore di grandissimo spettacolo, perfetto dal punto di vista tecnico, divertente come pochi altri e coinvolgente a livelli massimi. Christoper Bowes è un genio e lo dimostra ad ogni pezzo, gli Alestorm confezionano insomma il miglior show dell’anno.

Dopo un soundcheck abbastanza rapido al suon di pezzi eurodance, l’intro parte con un pezzo 8-bit che fa tantissimo Monkey’s Island. Una voce fuori campo annuncia l’arrivo del quintetto scozzese, posti sul palco in maniera inusuale: batteria sulla sinistra, tastiera al centro. L’inizio è folgorante su ‘The Quest’ ma il ritmo si mantiene sempre alto per tutta la durata del concerto. La pioggia ancora battente non scompone assolutamente lo spettacolo, anzi i fulmini rendono il tutto ancora più spettacolare.

Tutta l’esibizione è costellata da momenti fantastici: Bowes fa l’assolo di ‘Over The Seas’ mentre beve in maniera impeccabile; su ‘Nancy the Tavern Wench’ tutto il pubblico si mette a sedere remando, tradizione oramai tutta italiana; durante ‘Captain Morgan revenge’ si scatena uno dei wall of death più spettacolari mai visti al Fosch, aizzati dallo stesso Bowes.

Ottima la prestazione del batterista Peter Alcorn, sia come tecnica che come presenza scenica. Gli viene concesso anche un assolo ma per tutta la durata del concerto da spettacolo, ricordandomi come presenza scenica l’esaltatissimo Sami Bachar degli Orphaned Land.

Il finale, dopo aver rifiutato “poiché è impossibile da eseguire dal vivo” di suonare ‘You are a Pirate’ (non avevo mai sentito tra l’altro un gruppo spiegare perché non eseguano un certo pezzo) è dedicata al Rum, alla fine della quale Bowes si lancia sul pubblico chiedendo di essere portato al bar più vicino.

Il concerto e il primo giorno del Fosch si chiudono con un remix dubstep di ‘Shipwrecked’ che mi rimarrà in testa per tutta la settimana. Tutti gli Alestorm rimangono un po’ in giro, Bowes (che sappia telo, è laureato in matematica) parla amichevolmente con tutti, firma autografi, è una persona deliziosa. Oltre che un genio. Io da oggi lo eleggo a mio esempio di vita, dovremmo farlo tutti.

Setlist:

  1. The Quest
  2. The Sunk’n Norwegian
  3. Shipwrecked
  4. Leviathan
  5. Over The Seas
  6. Midget Saw
  7. Nancy the Tavern Wench
  8. The HuntMaster
  9. Pirate Song
  10. Back through Time
  11. Wenches & Mead
  12. Death Throes of the Terrorsquid
  13. Wolves of the Sea
  14. Keelhauled
  15. Rumpelkombo

-encore:

  1. Set sail and Conquer
  2. Captain Morgan’s Revenge
  3. Rum

La Domenica (14 Luglio)

Dopo una seconda nottata in cui si dorme poco esprimendo concetti di carattere generale rimanendo in tema (non chiedetevi perché) la mattinata parte subito bene con colazione a base di bottiglia intera di Idromele e narghilé alla grappa, oltre alla oramai celeberrima birra calda e sgasata in PVC.

  • Artaius

Purtroppo degli Artaius mi perdo grandi pezzi dello show per l’intervista a Roberto Freri, che ringraziamo tantissimo per la disponibilità in mezzo all’enorme daffare. Da quello che però ho potuto ascoltare gli Artaius sono sicuramente fra le band più poliedriche della scena, spaziando dal folk ad addirittura a momenti Jazz: buona la prestazione vocale di Sara, protagonista sul palco, trascinatrice della band.

Purtroppo il suono  non sembra essere all’altezza e molte parti della variegata proposta vanno perse, rimane però a mio parere, per quel che ho potuto sentire, una bella prestazione. Il problema dell’audio, marginale il primo giorno, si farà pesante per tutta la Domenica, forse per la pioggia, forse per l’aver settato tutto in funzione degli Ensiferum, diventando in ogni caso uno dei pochissimi nei della manifestazione.

Setlist:

  1. La vergine e il lupo
  2. Wind of truth
  3. Wind of revenge
  4. Prophecy
  5. Through the gates of time
  6. Over the Edge
  7. Horizon
  • Evenoire

E’ la volta degli Evenoire capitanati dalla cantante e flautista Lisy Stafanoni, osannata dal pubblico da subito e che riceverà addirittura dei fiori durante lo spettacolo. Formazione abbastanza classica con doppia chitarra, basso e batteria, la proposta musicale degli Evenoire è a mio parere abbastanza piatta.

Tutto il peso dello spettacolo ricade esclusivamente sulla voce e sui flauti della cantante, che, seppur tirando fuori una ottima prestazione sia ai flauti che alla voce, non può riuscire a tenere su quaranta minuti circa di spettacolo da sola. La doppia chitarra rimane relegata allo sfondo, senza tecnicismi e senza riuscire a sviluppare (qui complice l’audio ancora non ineccepibile) un muro di suono adeguato.

Nonostante questa mia personale critica il pubblico sembra gradire, rispondendo abbastanza bene e con calore alla band cremonese.

Tracklist:

  1. Vitriol (intro)
  2. Girl by the lake
  3. I will stay
  4. -Days of the blackbird
  5. Misleading paradise
  6. Wise king
  7. Minstrel of Dolomites
  • Ulvedharr

Salgono immediatamente sul palco gli Ulvedharr, clamorosamente bevendo acqua e accolti calorosamente dal pubblico che immediatamente si riversa sotto al palco. Tutta la potenza del gruppo bergamasco si trasforma in un pogo continuo e fortissimo, condito da circle pit, wall of death, crowd surfing, tutto il catalogo delle cose che possono accadere sotto a un palco.

Il cantante Ark è naturalmente come sempre un trascinatore ma tutta la band si impegna al massimo per invogliare e infiammare il pubblico. La punta dello show è rappresentata sicuramente dall’ingresso in campo di entrambe le collaborazioni sentite sull’album: dopo una presentazione da parte di Davide Pagan Cicalese, cantante dei Furor Gallico, anche Lisy degli Evenoire sale sul palco, riunendo i tre cantanti in una fantastica versione di ‘Harald Harfagri’.

La band bergamasca si conferma essere una macchina da live, sfruttando a pieno tutte le sue qualità e propinando i pezzi migliori del loro unico album ‘Swords of Midgard’, tra cui cito anche le splendide ‘Onwards To Valhalla’ e ‘War is in the Eyes of Berseker’.

C’è tempo anche per un inedito, l’ottimo ‘The Last of Winter’, il cui stile sembra voler ricalcare il disco precedente. Dopo essersi spaccato le ossa è tempo di fare un passo indietro per godersi lo spettacolo degli Opera IX, ultimo gruppo italiano di questo Fosch Fest.

Setlist:

  1. The last winter (inedito)
  2. War is in the eyes of berserker
  3. Ymir song
  4. Harald Harfagri
  5. Battle for Asgard
  6. Onward to valhalla
  7. The ravens flag
  • Opera IX

Gruppo sicuramente tra i più attesi e tra i più fuori gli schemi del Fosch, arrivano sul palco gli Opera IX. Forti di oltre vent’anni di esperienza, nonostante un audio ancora una volta al di sotto delle attese, confezionano un bello show accompagnando un folto pubblico fra tutti gli album della band.

La band ci propone 7 pezzi tra i più significativi della propria carriera, infiammando i fan che sembrano conoscere i pezzi a memoria.

Seppur personalmente provato non posso non apprezzare la capacità di una band di tenere il palco con tale facilità. Plauso in particolare a ‘Maleventum’, punta dell’esibizione nonché sua fine. La band ringrazia tutti, informando che nonostante i problemi di salute di Ossian, fondatore e chitarrista, ha voluto essere fortissimamente qua. E noi ringraziamo loro!

Ci si avvicina alla fine ma manca ancora una delle band che attendevo con trepidazione: gli Skyforger.

Setlist:

  1. Intro
  2. Battle Cry
  3. Dead tree ballad
  4. Mandragora
  5. Eyes in the well
  6. The Sixth seal
  7. Maleventum
  • Skyforger

Seconda band per la prima volta in Italia del festival, gli Skyforger si presentano a formazione purtroppo ridotta senza Kaspars, polistrumentista del gruppo, che solo più tardi scoprirò abbia lasciato da pochissimo il gruppo. Un peccato, dato che l’uso di strumenti acustici era uno dei punti fortissimi della band, che a un certo punto dello show ha anche dovuto ammettere la difficoltà a suonare senza questi strumenti. Un vero peccato anche perché il gruppo, poco conosciuto in italia, avrebbe sicuramente riscosso un grande successo a formazione completa.

Rimane comunque un bello show quello che i lettoni ci lasciano, condito da una presenza scenica inaspettata e da una simpatia molto poco nordica. Il chitarrista Rihards più di una volta rovescia gli occhi suonando per una durata infinita, risultando molto impressionante, in generale tutta l’esperienza del gruppo si rovescia in un potenza impressionante.

Il resto lo fa l’altissima qualità ed intensità dei pezzi dei lettoni che raggiunge punte elevatissime con capolavori come ‘Kurši (Kurshi)’, ‘Ķēves dēls (Son of the Mare)’ e l’intensissima e inattesa ‘Migla, Migla, Rasa, Rasa’, fra i pezzi più belli purtroppo non eseguita a dovere data la mancanza del quinto componente.

Nota anche alla potentissima ‘Gada īsākā nakts (The Shortest Night of the Year)’, penultimo pezzo eseguito, vero capolavoro.

Per tutto il resto della giornata sarà possibile beccare Skyforger girare per l’area feste, mio grande rammarico non averli trovati, ma almeno finalmente ho ‘Kurbads’ nelle mie mani, capolavoro di album da cui purtroppo solo pochi pezzi sono stati tratti. Bestemmie in lettone per la mancanza del quinto componente, lo spettacolo sarebbe potuto essere grandioso.

Manca solamente un gruppo alla fine del Fosch Fest, ma stiamo parlando degli Ensiferum.

Setlist:

  1. Kauja pie Saules (Battle of the Saule)
  2. Kad Ūsiņš jāj (When Uusins rides)
  3. Kauja pie Plakaniem, kauja pie Veisiem (Battle of Plakani, Battle of Veisi)
  4. Ķēves dēls (Son of the Mare)
  5. Nakts debesu karakungs (Warlord of the Night Sky)
  6. Warlord of the Night Sky
  7. Pulkvedis Briedis (Colonel Briedis)
  8. Caur aizsaules vārtiem (Through the Gates of the World Beyond)
  9. Kurši (Kurshi)
  10. Garais dancis (Long Dance)
  11. Gada īsākā nakts (The Shortest Night of the Year)
  12. Migla, migla, rasa, rasa
  • Ensiferum

Ultimo gruppo ad esibirsi, attesissimi dalla grande maggioranza del pubblico ma personalmente caduti un po’ dopo l’ultimo album, gli Ensiferum sono uno di quei gruppi che hanno all’attivo così tanti capolavori da sperare vivamente li facciano tutti, evitando di puntare sull’ultima uscita di oramai un anno fa.

Promessa tradita, la prima parte della setlist è ampiamente dedicata proprio al famigerato ‘Unsung Heroes’, la cui copertina troneggia alle spalle del palco. A me non piacerà l’album ma sfido chiunque, dopo aver ascoltato di fila ‘From Afar’ e ‘Burning Leaves’, a dire  che il livello è invariato.

Stesso discorso si potrebbe fare all’apertura dedicata a ‘In my Sword i Trust’ e a ‘Guardians of Fate’, la successiva. Anche dal vivo i pezzi non riescono a prendermi, e il nome Jari risuona pesantemente nella mia testa per tutto il live. Avete perso il miglior componente, ammettetelo.

In fondo però va bene così, comunque gli Ensiferum confezionano un bello spettacolo che cresce soprattutto nella seconda metà in cui mettono in fila sei pezzi splendidi, con l’epica tripletta ‘Twilight Tavern’, ‘Victory Song’ e ‘Iron’ a chiudere quello che comunque si rivela un ottimo concerto.

Avessero fatto un paio di pezzi in più, magari ‘Battle Song’ o ‘Hero In A Dream’ lo show sarebbe stato all’altezza degli Alestorm ma così fatto, seppur di qualità elevata, il risultato è stato un gradino sotto lo show degli scozzesi.

Setlist:

  1. In my Sword I trust
  2. Guardians of Fate
  3. From Afar
  4. Bruning Leaves
  5. One more magic Potion
  6. Retribution shall be mine
  7. Lai Lai Hei
  8. Ahti
  9. Stone cold metal
  10. Twilght Tavern
  11. Victory Song

-encore:

  1. Iron
  • Conclusione

Il Fosch volge al termine, tempo un’altra nottata conclusasi addormentandosi in un campo di mais e risvegliandosi in tenda. Il ritorno alla civiltà è come al solito durissimo, la parola d’ordine Lunedì è -363 al prossimo Fosch.

Un festival che si conferma essere dal punto di vista organizzativo perfetto con una qualità delle band che se rapportata al prezzo del biglietto è infinita. Complimenti quindi a tutta l’organizzazione, a tutti i ragazzi dello Staff Stoff (che ricordiamolo lavorano gratis) e a tutta la cittadina di Bagnatica. Una cittadina che sopporta un’invasione di qualche migliaio di metallari ogni anno con simpatia e una gentilezza fuori dal comune. Un esempio da mostrare a tutte quelle cittadine che ogni anno, in segno di un bigottismo e di una chiusura mentale prettamente italiane, cercano di bloccare festival di questo tipo, che portano invece solo divertimento e denaro nelle casse della città. Bravissimi tutti!

Infine un saluto e un ringraziamento a tutti i vicini di tenda con cui ho passato queste splendide giornate, tra tende semi-allagate, giochi alcolici mai conclusi in cui alla fine bevevano tutti, estintori usati per raffreddare birre, citazioni improbabili e cerchi nel grano. In particolare un ringraziamento a Maya e Marco per sopportarmi ogni volta, scorazzarmi in giro e soprattutto svegliarmi con bottiglie d’acqua in faccia. Al prossimo campeggio casuale, che R’hllor sia con noi!

“Fear the force of the pagan storm”

a cura di Federico “Jezolk” Lemma

Foto:

Ensiferum Maladecia Skyforger Ulvedharr Evenoire Alestorm Cruachan Wolfchant

Fosch Fest sul web:

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