Morbid Angel

Un’autentica leggenda del panorama death metal: i loro riff ipnotici e disturbanti,  il doppio pedale di Pete “Commando” Sandoval, gli assoli dissonanti di Trey Azagthoth sono ormai storia ed hanno fatto scuola presso numerose altre band che hanno saputo, nella peggiore delle ipotesi, semplicemente copiarli. I Morbid Angel hanno composto album capolavoro come “Altar of madness” e “Covenant”, e sono state tra le prime band a focalizzare l’attenzione quasi completamente su tematiche occulte (oltre che sulla mitologia lovecraftiana e sumera). Accusati, per questa ragione, anche delle peggiori nefandezze culturali quali satanismo ed apologia di fascismo – ad esempio a causa dei riferimenti di Domination all’impero romano, in particolare “Caesar’s Palace” ed il celebre “Hail Caesar” in esso ripetuto. Del resto polemiche del genere lasciano il tempo che trovano, e nonostante brani come “The Lion’s Den” non siano esattamente un esempio di politically-correct bisogna riconoscere un ulteriore primato: il fatto che, con i loro dischi, il metal abbia potuto mostrare una propria filosofia ben definita. La produzione più significativa dei Morbid Angel è racchiusa nei loro primi quattro album (l’ordinamento alfabetico dei titoli non è casuale bensì preventivato dalla band):
  • Altars of madness
  • Blessed are the sick
  • Covenant
  • Domination
“Altars of madness” (1989) raffigura i primissimi Morbid Angel (dopo il demo “Abominations of desolation”), alle prese con un devastante disco che raffigura gli “altari della follia” con vari riferimenti al suo interno a quella dimensione sulfurea e sinistra tipica, nel periodo, anche degli Slayer. Un brano capolavoro come “Immortal Rites”, con il suo ritornello velenoso ed un riff velenoso, vale da solo il prezzo del disco: una autentica chicca del genere death metal, arricchita da brani validissimi come “Chapel of ghouls” ed altri meno immediati come “Maze of torment”. L’utilizzo di tempi dispari non è estremizzato come nei Nile, per intenderci, ma contribuisce ugualmente a definire la struttura di un brano death metal per come deve essere: privo di una metrica musicale preconcetta, e costruito sulla base di pattern irregolari e dissonanti che non danno mai spazio alla noia. Un aspetto, quest’ultimo, che molti critici hanno erroneamente trascurato e che darebbe spazio di per sè ad una riabilitazione finale di uno dei generi più snobbati e superficialmente maltrattati da certa parte di pubblico.
“Covenant” (1993), dal canto proprio, rappresenta 40 minuti di aggressività musicale coniugata in una dimensione ancora una volta onirica e disturbante, il che rende la band quasi “lovecraftiana” – nel senso di artefice di atmosfere inquietanti, visionarie ed indefinibili. La produzione è nel frattempo molto migliorata – lo si è sentito in “Blessed are the sick”, altro disco di grandissimo rilievo per quanto  per certi versi indigesto – e questo rende le sonorità del loro terzo disco tra le più “accessibili” e meno contorte: un brano come “Rapture”, summa del modo di fare metal di metà anni 90, mostra un impatto sonoro spaventoso ed una perizia tecnica perfetta da parte del trio di Tampa. Il cambio di chitarrista (Azagthoth) ed il suo stile follemente caotico negli assoli fa gran parte del lavoro in positivo, unito ovviamente al carisma di Dave Vincent, mentre Pete Sandoval alla batteria tiene il tempo, quasi sempre con doppio pedale, come un cronometro, con potenza e velocità e relativamente senza strafare. Completano il quadro, tra gli altri: il vecchio brano risuonato per l’occasione “Angel of disease”, “Pain Divine” e la tenebrosa “God of emptiness”.

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