Intervista a Steva (DEATHLESS LEGACY)

Teatrali, scenici e enigmatici. Con ‘Rituals Of Black Magic’ (Scarlet Records), i Deathless Legacy si riconfermano una delle migliori realtà musicali che lo stivale abbia da offrire e tornano a portarci dentro le selve più oscure del loro universo, fatto di magia nera, esoterismo, spiritualità e tanta, tanta teatralità che ha reso il loro “horror metal” più avvincente e travolgente che mai.

In occasione della tappa bolognese di questo magico e sinistro rituale, Suoni Distorti ha incontrato per voi lettori la cantante della band, Eleonora “Steva” Vaiana, la quale ci porta nel suo mondo e ripercorre insieme a noi le tappe che hanno segnato la carriera (e non solo) della band toscana.

Ciao Steva e benvenuta su SDM, è un piacere ospitarti. Come stai? Dopo tantissimo tempo, i Deathless Legacy tornano nuovamente a far visita all’Alchemica Music Club e a Bologna.

Ciao Suoni Distorti, un saluto a tutti voi! L’ultima volta che ci siamo viste è stato nel 2016, ad Halloween. Il tempo vola veramente in fretta. L’alchemica, poi, così come Bologna in generale, è un posto che ci sta veramente a cuore. È un posto molto bello, con uno staff bello, belle persone come te che vediamo una volta ogni tanto, perché purtroppo giriamo… e quindi è sempre un piacere per noi

‘Rituals of Black Magic’, cover artwork

Iniziamo subito la nostra chiacchierata parlando di ‘Rituals of Black Magic’. Questa volta, se non sbaglio, vi siete cimentati nella stesura di un vero e proprio concept album. Ti andrebbe di accennarci la storia che avete sviluppato tramite queste canzoni?

Con “Dance With Devils”, l’album precedente, avevamo già improntato una strada che andava verso una specie di concept. Il concept del disco precedente era la stregoneria in generale, le streghe e tutto ciò che concerneva questo, ma diciamo che c’erano dei brani all’interno di quell’album che, comunque, non appartenevano a quel concept, come si intende un concept, mentre, invece, “Rituals Of Black Magic” è proprio un concept album! Il concept parte dall’idea di aver trovato un grimorio contenente rituali di magia nera e quindi costituiscono la tracklist, fondamentalmente ognuno con la propria essenza, più o meno malvagia, più o meno “pratica”, aulica, ecc…

Sono, quindi, dei rituali di magia nera racchiusi in questo grimorio: ad esempio, l’intro si intitola proprio “The Grimoire” quindi è proprio l’apertura del grimorio da cui escono proprio tutte le altre tracce. Sostanzialmente abbiamo scelto di fare un concept vero e proprio, in cui ogni traccia all’interno di questo album rappresenta un rituale di magia nera descritto, praticamente. La differenza con “Dance With Devils” è questa, avevamo già preso da lì la strada verso questo cammino che abbiamo voluto scoprire il più possibile con questo album nuovo.

A che cosa è dovuta la scelta di provare a cimentarsi in un concept? Quale tipo di approccio avete utilizzato per questo nuovo album?

L’approccio del concept lo avevamo già da un po’, quindi questa volta, quando siamo entrati in studio per dar vita a “Rituals Of Black Magic” eravamo già improntati sul creare un concept, quindi, a differenza degli altri album, siamo proprio partiti dai titoli quasi, da un canovaccio che ci desse una scaletta dei temi che volevamo affrontare, ecc… quindi rispetto agli album passati, in questo caso ci siamo proprio mossi pensando: “Di che cosa vogliamo parlare?”. Non è tanto che ci è venuto un riff e lo sviluppiamo, no! Siamo partiti dall’avere più organizzazione, vogliamo più ricerca.

Abbiamo pianificato quasi lasciando praticamente tutto il bello della composizione musicale, siamo partiti proprio dal concetto di voler fare questo album partendo dall’idea che fosse un grimorio che contenesse determinate canzoni che sono nate, appunto, unicamente partendo dal titolo, da una parola chiave… però sapevamo già in che strada andare. Questa è stata una cosa che ha molto differenziato il nostro lavoro rispetto agli album passati che, comunque, spesso si originavano dai riff, da idee. Qui siamo proprio partiti dalla parola, dal titolo e così via…

Rispetto a ‘Dance With Devils’, questo album è stato pensato proprio per essere un concept album; inoltre, in questo disco vengono affrontate alcune tematiche abbastanza complesse, come i rituali di magia nera. So che, probabilmente, ti hanno già fatto questa domanda milioni di volte, ma da dove nasce il tuo, il vostro, amore per la spiritualità, l’horror e questo tipo di tematiche?

Diciamo che è un ambito che affascina più o meno tutti da quando siamo piccoli. Il cinema, per esempio, quello horror ovviamente, è l’elemento predominante: il film che, personalmente, mi ha più segnata e che ho visto da piccola è stato “Zombie” di Romero. Da lì in poi il mio immaginario horror si è esteso, ci siamo trovati tutti insieme a scoprire che tutti, più o meno, avevamo una storia simile. Chiaramente, secondo me, crescendo con un’idea in cui l’horror è qualcosa che ti ispira, che può portare ad una ricerca interiore ecc.., ci siamo trovati – chi più, chi meno tutti – alla stessa età, agli stessi momenti a studiare concetti filosofici, ma soprattutto occulti!

Con questo disco, abbiamo proprio voluto sancire quella vena, quella passione per l’occulto, per lo studio, per la filosofia e per l’esoterismo che, comunque, ci ha segnato. Diciamo che da giovani, da adolescenti, eravamo più o meno tutti così! Abbiamo voluto riassumere i nostri studi, le nostre idee, i nostri concetti, ciò che abbiamo trovato dal punto di vista rituale nel corso del nostro percorso spirituale – o chiamiamolo come vogliamo – con questo nuovo album.

Per presentare l’album, avete anche pubblicato il video del singolo ‘Dominus Inferi’ (visionabile sotto, nda). Ad un primo impatto, mi ha ricordato il video dei Behemoth, ‘Blow Your Trumpets’, anche se l’atmosfera e il contesto son completamente diversi. Ti andrebbe di accennarci qualcosa in più su questo video?

Era tutto vero, non c’erano effetti scenici. L’abbiamo girato in una zona particolare della Toscana, la zona dei soffioni, quindi dalla terra esce proprio quel vapore che è caldo. Il problema è che il posto è alto, ci sono gli altipiani, il vento… poi era Dicembre! È stata la morte, però siamo molto soddisfatti del risultato. Andrea, aka Frater Orion, è il regista, ha studiato molto sulle location e anche sulla storia, perché “Dominus Inferi”, all’interno del concept di “Rituals Of Black Magic”, rappresenta la messa infernale.

Il nostro intento era, a parte creare un rituale che fosse molto personale, una cosa molto nostra, una cosa che discernesse molto dall’idea di messa nera che si ha! L’idea di messa nera che le persone hanno nel loro immaginario non ha niente a che fare con l’idea che noi abbiamo: in quel caso, si tratta di un approccio molto filosofico, spirituale se vogliamo, perché sostanzialmente non so se spoilerarti tutto ma diciamo questo. La mia figura, la figura con la tunica gialla, beh.. il giallo è un elemento estremamente importante per comprendere il mio personaggio e un po’ anche tutto il resto. In pochi – se non quasi nessuno – hanno compreso che figura rappresentasse, è una figura della letteratura horror che è stata ripresa da una serie tv, “True Detective”. Mettiamola così: questa è la figura, il fulcro, il mettersi la maschera, così come togliersela ruota intorno all’idea di identità. In molte culture la propria identità è qualcosa che si trova, ad esempio, nello yoga: una persona medita, sta sola e capisce chi è; in realtà, qui, noi abbiamo ripreso un’idea che appartiene più quasi al Nox di Crawley, in cui tu perdi la tua identità, devi perderla per arrivare.

Diciamo che ce la siamo giocata molto su questa idea di mettersi la maschera ed entrare a fare parte di un gruppo, dove nel nostro caso vediamo altre figure tutte incappucciate. È una cosa un po’ del genere, però ripeto: quasi nessuno o forse giusto un paio di persone non hanno capito che figura è quella gialla. È una figura specifica, è particolare e non è una cosa che conoscono tutti.

Recentemente, in contemporanea alla pubblicazione dell’album, avete dato alle stampe anche un libro. Cosa puoi dirci a riguardo? Mi è parso di capire che ciascun capitolo del libro si ricollega necessariamente a ciascuna canzone che compone proprio il disco! È cosi?

Nell’album, purtroppo – o meglio, come sia – ti perdi le parole, ti perdi questo… “Rituali di Magia Nera”, che è per l’appunto il libro tratto da “Rituals Of Black Magic”, è molto complesso, ha molte sfaccettature ed attinge da uno studio che per noi è durato oltre dieci anni. Diciamo che questo studio avremmo voluto, anzi lo abbiamo inserito nel disco, però chiaramente nel disco ti perdi gli elementi e semplicemente se ti attieni soltanto al testo, chiaramente non può essere così. Magari è simbolico, in certi momenti tralascia qualcosina o la dice in maniera poetica, se vogliamo, quindi il libro è una descrizione, una spiegazione, un mix!

Abbiamo messo nero su bianco ciò che abbiamo voluto dire nel disco e ciò che abbiamo studiato, ciò che abbiamo portato avanti nel corso di dieci anni soprattutto io e Frater Orion, essendo firmato prevalentemente da noi due. Quest’idea di fare qualcosa che desse vita, corpo al nostro studio è una cosa che avevamo in mente, a cui stavamo pensando e lo abbiamo voluto concretizzare, essendo questo disco improntato sui rituali di magia nera!

Ci sono rituali nel disco che sono un po’ particolari: ad esempio, noi ci siamo attenuti al rituale di Paracelsio, dove ti viene detto di fare questo, quello e quest’altro. Qui, però, abbiamo voluto metterci anche un po’ di nostre considerazioni da un punto di vista più filosofico. È una summa, se vogliamo, aperta più o meno a tutti. L’abbiamo voluto scrivere a più livelli possibili: chiaramente per un “iniziato” rispetto a chi ne sa già di più trova più sfumature!

Dai tempi del vostro esordio con ‘Rise From The Grave’, la band è molto maturata ed ha acquisito anche molta più esperienza. Dopo tanti anni, senti ancora l’esigenza di fare qualcosa che non hai potuto fare finora?

Abbiamo delle idee un po’ particolari per il prossimo futuro, però per il momento l’obiettivo principale è suonare, suonare, suonare il più possibile, uscendo anche dal territorio nazionale. Ad agosto saremo in Portogallo e speriamo che da lì in poi si avvii una bella stagione europea o mondiale. Non si sa mai, però per il momento l’obiettivo è questo e abbiamo qualche idea in cantiere, alla quale lavoreremo… Non escludo né la possibilità che esca un altro disco, né che non esca niente!

Siamo un po’ “instabili” dal punto di vista creativo, nel senso che creativamente, se ci viene l’idea, ci viene la voglia, noi ci buttiamo in studio, ci chiudiamo dentro uno, due mesi e sforniamo un altro album… però per il momento ci stiamo godendo veramente appieno questo tour che ci sta dando un sacco di soddisfazioni, ci sta portando in giro per tutta l’Italia. La speranza, per l’appunto, l’obiettivo è quello di uscire fuori e suonare il più possibile, perché si sta male se non si suona; al momento, sotto il punto di vista dei Deathless, sono molto concentrata su quello, ma vale più o meno per tutti, è quello l’obiettivo!

Se potessi “regalarti” un augurio, che cosa ti auto-regaleresti?

Eh, domanda tosta! Cosa mi potrei augurare? Mah, non lo so! Io ho sempre vissuto il palco nella maniera più spontanea e naturale possibile, mi sono trovata lanciata su un palco da quando ero una giovincella… da quando ero “teen” (adolescente) mi sono trovata su un palco e, sinceramente, l’ho sentita come una cosa mia. Nella vita di tutti i giorni, sai, devi scendere a compromessi, non puoi essere quello, non puoi dire quello per questo motivo… sul palco, invece, è il momento in cui posso esprimermi come voglio e tirar fuori quelle parti che stanno nascoste e che, purtroppo, creano problemi; ad esempio, se sei abituato a suonare tutti i sabati e poi ti trovi fermo, quello è un disastro dal mio punto di vista, perché poi escono i demoni!

Un augurio che vorrei farmi? Beh, sinceramente vorrei augurarmi di rimanere su questa impostazione che è molto da manga con gli occhioni che sognano, ovvero mi auguro nel futuro di trovarmi a stare su un palco con la stessa emozione della prima volta che, più o meno, è sempre così. Quell’emozione che ti dà la carica, la spinta, quella voglia di dare tutto te stesso per le persone che sono davanti a te. Io mi auguro di non assuefarmi mai al palco e di non dare mai per scontato che il palco sia lì, ma godermelo veramente appieno come sempre!

È una valvola di sfogo ed è anche l’unica valvola di essere senza catene che io ho e penso che anche gli altri possano dire la stessa cosa, quindi io mi auguro questo!

I Deathless Legacy sono una delle tante (o poche, dipende sempre dal punto di vista soggettivo) band che hanno avuto il grosso piacere di calcare il prestigioso palco del Wacken Open Air. Ti andrebbe di condividere le tue sensazioni in merito a quest’esperienza? Quale tipo di insegnamento – se vi è stato uno – hai tratto da quest’avventura?

Assolutamente sì! Più che il pubblico, che è stata una cosa incredibile, è stato il back, nel senso che sia Rob Zombie, che Wacken ci hanno insegnato in primo luogo quanto sia bello – e comunque importante – essere persone prima di tutto e poi forse, se un giorno avremo i numeri e le possibilità, “rockstar”. Quando sei fuori da un palco, non sei una rockstar, sei una persona ordinaria.

Sul palco devi dare tutto quello che puoi e questa cosa ce l’ha insegnata soprattutto Rob Zombie che è un musicista che ha fatto la storia dell’horror metal! Lui stesso, che avrebbe tutti i requisiti per tirarsela o essere schivo, ci ha insegnato questo e Wacken ci ha insegnato la professionalità da un altro punto di vista; Rob Zombie ci ha insegnato altro dal punto di vista umano, noi lo abbiamo visto fuori dal palco e ci abbiamo scambiato tranquillamente due chiacchiere da persona comunissima, abbiamo parlato con lui come se fosse una persona che incontri al pub il sabato e lo abbiamo visto sul palco spaccare tutto!

Wacken, invece, come dicevo, ci ha insegnato altro dal punto di vista professionale: ad esempio, i soundcheck sono spesso lunghi, vedi una persona che vuole quello, l’altra che vuole quell’altro… anche noi eravamo così e siamo passati ad un sistema diverso. Wacken ci ha insegnato che tu hai cinque minuti per fare un check e lo devi fare in quel tempo! Passati quelli, rimane tutto così, soprattutto il live check. Non esiste che arrivi lì ore prima, stai ore a lavorare su quell’aspetto, ma non riguardava solo noi, anche gruppi giganteschi! Ti dico, abbiamo visto fisicamente il live check dei Dream Theater e questo ti insegna, innanzitutto, ad essere sicuro e professionale dal punto di vista del musicista tecnico e ad aver rispetto nei confronti di chi ti sta facendo i suoni. Devi andare lì deciso a dare direttive, perché soprattutto non hai modo di suonare.

Ti trovi dopo ad avere cinquemila persone davanti e, nel nostro caso, è stato un bel battesimo in entrambi i casi di un approccio molto più professionale che ci ha insegnato ad essere meno ‘scassapalle’ e umili. Siamo sempre state persone alla mano e abbiamo appreso quanto sia importante ricordarsi che sei una persona come chi hai davanti che ti viene a salutare, ti viene a chiedere: “Ciao, come stai?” e via discorrendo.

Se pensiamo all’etichetta che spesso vi viene affibbiata, “horror metal”, i primi nomi che vengono in mente sono certamente i Cadaveria ed i Death SS. Ti fa piacere o, al contrario, ti fa effetto essere associata o comunque “avvicinata” a queste due grandissime band?

Sicuramente è un bell’effetto, nel senso che essere citati in mezzo a loro, se pensi all’horror metal, è anche una certa responsabilità, soprattutto nei confronti dei Death SS! Noi siamo nati come tributo, ci siamo staccati abbastanza presto, però, da questa impronta, dato che sin da subito avevamo l’idea di fare pezzi nostri. Soprattutto agli inizi, il paragone e l’idea che ti potessero paragonare a loro era qualcosa che, personalmente, mi faceva pensare. Mi dicevo: “Oh cavolo, ma sarò in grado?”.

Ora, sinceramente, la vivo molto meglio, mi fa molto piacere essere associati a dei nomi del genere, perché, comunque, portano l’Italia nel mondo da tanti anni! Insomma… una bella responsabilità, ma siamo anche felici di poterla prendere!

In Italia, si sa, spesso è difficile riuscire ad emergere ed a farsi notare, nonostante tutto l’impegno che spesso la maggior parte delle band mette nel proprio progetto. Secondo te, c’è qualcosa che andrebbe cambiato in un panorama dove, purtroppo, sembra esserci molta concorrenza a chi arriva per primo, o a chi fa il disco più figo, a chi ha più tour all’attivo e così via?

Secondo me la scena metal italiana ha ottime band, dalla più piccola che può farti barba e capelli al più grande… quindi la qualità musicale è eccellente! Secondo me il problema principale è proprio l’assenza di pubblico! Tu vedi che quello ha più gente, quell’altro ne ha meno, quindi a parer mio i meccanismi che scaturiscono da questo panorama che è un po’ traballante, perché le persone preferiscono andare a prendersi una birra al pub piuttosto che venire; oppure senti dire: “C’è troppa confusione!”. Cristo, è musica!

Secondo me l’Italia avrebbe tutte le potenzialità per essere una delle scene migliori che ci siano, perché noi abbiamo avuto la fortuna di suonare con tantissime band: ad esempio, questa sera suoneremo con tre ottime band di questo panorama, ma il problema è che non le conosce nessuno! È questo il problema! Le persone non escono, a loro basta Netflix.

Non c’è neanche il supporto per dirti: “Ti compro il disco”, il supporto è anche far vedere di essere lì con la tua birra e essere felice di vedere qualcosa che non hai mai visto o qualcosa che hai già visto. Secondo me manca la voglia di dare calore umano, è questo quello che manca e da lì scaturiscono tanti problemi, tra cui l’invidia e via discorrendo.

Fondamentalmente, una band conosciuta vede che fa un pubblico di un certo numero, una band meno conosciuta suona prima di una band più nota e vedi dieci persone per la prima e cento per la seconda. Perché quelle persone non sono dentro anche per la prima? È questo che, secondo me, è il vero fulcro di tutto, di tutto l’odio che non serve poi a niente! Sono veramente quisquiglie.

Quanto è, effettivamente, difficile riuscire ad avere un minimo di riconoscimento all’interno di un business che cambia costantemente e, spesso, risulta essere abbastanza esigente?

Da quando abbiamo cominciato noi nel 2006, non c’era Internet, o meglio, c’era ma era agli albori, c’era forse giusto Myspace e ti dava, comunque, un accesso ad un pubblico straniero, non esisteva niente. Secondo me quelli sono i momenti in cui facevano molto comodo alle band, noi abbiamo visto, più o meno, tutti e due i periodi. Se non sbaglio, Facebook è nato nel 2008, o almeno in Italia è scoppiato in quell’anno, io mi ci sono iscritta intorno a quel periodo e prima che diventasse uno strumento utile per un gruppo o un’artista in generale ne è passato di tempo!

Secondo me sono strumenti ottimi, perché ti permettono di farti conoscere, chi abita all’estero un tempo poteva conoscerti in modi che, per noi, oggi sono impossibili da pensare: ad esempio, leggevi la rivista internazionale, leggevi la recensione e via discorrendo. Sono, quindi, strumenti ottimi che, però, non vengono sfruttati a dovere. Anche qui rientra un po’ la mentalità, l’idea italiana, nel senso che, ad esempio, noi abbiamo promosso l’uscita del nostro nuovo disco su Spotify – e tra l’altro non ci capisco molto di questa piattaforma – e per un pubblico estero funziona, mentre in Italia per nove euro la gente dice che è una ladrata.

Io spero che questa cosa non sia venuta fuori all’estero, io spero davvero di no! Rubi un’applicazione e dice a quello: “Sei un ladro”, perché ti chiede dei soldi quando tu sei il primo a fare una roba del genere! Secondo me in generale il problema è la mentalità dove si pensa che la musica sia una cosa che non debba essere in qualche modo supportata e non parlo solo del supporto economico! Io lo faccio per passione, non ci vedo una lira, non è che diventi miliardario… no, però se tu pensi che sia una cosa che ti è dovuta, ecco… già questo taglia le gambe a chi vuole iniziare e magari inizia con una mentalità sbagliata!

Tornando a noi, secondo me è sbagliato l’approccio di chi ascolta – in certi casi eh, non sempre, lungi da me nel dire questo – ma non so se sia sbagliato anche l’approccio di chi fa musica. Io non ti parlo strettamente del metal, io parlo in generale del panorama. Se si pensa al trap o quei generi di merda lì… beh, sono terrificanti! Parlano di cose imbarazzanti, di droghe… poi siamo noi i cattivi perché parliamo del diavolo, dell’heavy metal e della birra! Se vai comunque a vedere il messaggio che ti dà una band metal, vedi comunque un messaggio buono, positivo, di fratellanza poiché fondamentalmente il metal è questo!

Non guardo alle differenze, siamo tutti amici, fratelli, ci si da la mano con un po’ di musica metal in sottofondo e siamo tutti felici. I due problemi fondamentali nel farsi conoscere sono due e sta nell’approccio sia di chi ascolta e di chi lo fa!

 

Negli ultimi tre anni siete stati abbastanza prolifici, tanto da aver dato alle stampe ben tre album, uno per ogni anno! Cosa vi ha spinti a pubblicare tre dischi in così poco tempo?

La vena è partita con Wacken. Nel 2015 siamo tornati da Wacken con dentro tutto e questo tutto lo abbiamo voluto incanalare verso la massima creatività che potevamo e abbiamo dato alla luce “The Gathering”. Successivamente abbiamo cominciato il tour di promozione e ci siamo trovati a dire: “Noi questa vena creativa l’abbiamo ancora e abbiamo idee che vorremmo mettere in atto!” e quindi è venuto fuori “Dance With Devils”.

Secondo me, essendoci io nata in questo progetto avendolo fondato, ti dico che per i tre fondatori, ovvero io, Andrea e Michael, il nostro bassista, per far uscire il primo album ci abbiamo messo una vita per problemi, cambi di lineup, instabilità per questo motivo… quindi, secondo me, avevamo dentro tutta quella creatività accumulata che andava sfogata e questo ci ha fornito una strada in discesa, ci ha spianato la strada per dire: “Ora ci mettiamo qui, abbiamo questa cosa dentro che deve uscire e la creiamo”. In realtà anche con “The Gathering” c’era già l’idea di fare un concept, anche se il mio ideale di concept è legato a King Diamond, quindi molto articolato, molto particolare, quindi richiede tanto studio e tanto impegno!

Non mi sono mai sentita pronta per fare una cosa del genere, pertanto abbiamo saltato “The Gathering”, abbiamo saltato “Dance With Devils”, su cui abbiamo messo quell’impronta con un po’ di concept e con “Rituals” ci siamo detti: “Vogliamo fare questo”. Per il futuro non posso dire che non si potranno fare dischi a breve, solo perché, ti ripeto, se hai questa cosa dentro la devi tirare fuori, la devi sfogare! Non so, quindi, se in un anno o due anni o, addirittura, dieci anni faremo qualcosa. Non so ancora per il prossimo disco…

Come dicevamo all’inizio della nostra chiacchierata, questa sera siete qui a Bologna per presentare ai bolognesi il vostro ultimo disco. Io ho già avuto modo di vedervi dal vivo in passato, quale tipo di show offrirete al pubblico? O meglio, conoscendo il vostro “modus operandi” – mettiamola così – io saprei cosa aspettarmi, ma quale “extra” avrete modo di presentare questa sera, visto che da sempre i Deathless Legacy sono anche una band molto teatrale e scenica?

Essendo un concept improntato sui rituali di magia nera, le performance sono per forza abbastanza rituali, come gesti, strumenti, ecc… Probabilmente ti sarai accorta che manca Arianna che è andata a portare il morbo dei non morti in America e quindi lei è lì a farci da inviata speciale e noi abbiamo dovuto rivoluzionare più o meno tutto, perché comunque fino all’anno scorso era tutto pensato per due performer.

Per ogni disco è anche bello e molto creativo il lato in cui pensiamo a come sarà lo show dal punto di vista teatrale. Ci riuniamo, prendiamo i pezzi che ci sono e guardiamo a come portarli al meglio sul palco, perché cerchiamo sempre di evocare l’essenza del pezzo da un punto di vista teatrale, in modo tale che chi ci vede sia coinvolto il più possibile, non solo dal punto di vista musicale ma anche proprio visivo e via discorrendo. Quindi, i nostri live, così come il nostro live di stasera, sono sempre incentrati su un mix di teatro, danza e musica che noi cerchiamo sempre di offrire nel massimo della nostra creatività, potenzialità ed idee a chi decide di regalarci un’ora della sua vita.

Al momento quali sono i piani che vi vedranno impegnati nei prossimi mesi?

Per ora la promozione del disco è il cuore di tutto e, come ti dicevo, il Portogallo è la prima tappa di un’Europa che vorremmo girare il più possibile, quindi nei prossimi mesi quello sarà il progetto principale poi chi lo sa! Nelle nostre menti teniamo le idee come delle incubatrici, idee che crescono o germinano… poi si vedrà.

Intervista a cura di Arianna Govoni

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