Firenze Rocks 2018: il live report delle 4 giornate

Siete stati al Firenze Rocks di quest’anno? Ero presente in veste non ufficiale ed ho comunque deciso di scrivere un piccolo “riassunto di viaggio” dell’evento. Per arrivare a Firenze ho dovuto prendere il primo volo mattutino, cosa che ha comportato circa 5 ore di sonno ed un viaggio che è iniziato più o meno alle 7, con un tempo piuttosto piovoso (che per fortuna in terra toscana non ho trovato).

By the way, come da tradizione in questi casi, ho evitato di portare dietro la macchina fotografica (oggetto problematico da gestire, in questi casi, per varie ragioni tra cui di ingombro), per cui dovrete accontentarvi delle foto scattate dal mio telefono. Pronti? Attenzione che qui in poi faccio quello “navigato” che va ai concerti dal 1997, eh.

Eccomi, carichissimo (?), in zona pit.

Muoversi da e verso il Firenze Rocks

Andata e ritorno in hotel in serata – data la folla perenne per raggiungere i mezzi – l’abbiamo fatto quasi sempre a piedi, e in un paio di casi ci siamo affidati a Mobike, il servizio di bici a noleggio disponibile sul posto. Il tutto è stata una discreta scusa per godersi un po’ di fresco e la città di notte, oltre a rivivere l’ebbrezza di un giro sulla due ruote (un piacere che le strade in cui vivo raramente consentono).

La movimentazione della folla è stata comunque relativamente agevole, anche grazie al tram a cui hanno ricorso molti presenti, e nonostante qualche piccola pecca (una sorta di strettoie presenti in alcuni punti di deflusso) è stato molto meglio che all’uscita dai concerti in altre città, in cui quasi sempre il rientro è affidato alla rude suola delle scarpe o a mezzi di fortuna.

Nella foto, il vostro amatissimo in sella (alla bersagliera), alle prese con una bici dopo diversi anni.

Muoversi da e verso il Firenze Rocks

Ho fatto un giorno della scorsa edizione del festival, ed ho notato subito un sostanziale miglioramento a livello organizzativo. Arrivato sul posto si attraversa la rituale zona con i vari bagarini e, subito dopo, con i numerosi check-point presenti all’interno dell’area (il personale di servizio ha funzionato molto meglio dello scorso anno, quando mi capitò di sentirmi rispondere un indimenticabile “ma che cazzo ne so, ahò“), mi rendo subito conto che si cammina fluidamente nonostante la folla, e mi capacito di quello che sarà l’unico, vero problema per accedere alla zona pit: la forma dell’ippodromo impediva di accedere direttamente, per cui ogni volta siamo stati costretti a circumnavigare la struttura. Questo ha comportato che ogni giornata includesse almeno due ore di cammino obbligatorie tra andata e ritorno, che è pure una cosa importante in termini di fitness e di socialità, ma che avrei volentieri evitato – anche perchè, in certi casi, non si faceva in tempo ad arrivare in orario per alcune band.

Graditissimo, per inciso, il servizio per cui birre, acqua e panini venivano forniti anche da personale che girava in mezzo alla folla, snellendo le file e fornendo un servizio molto comodo quanto inusuale in questi casi. Magari la prossima volta aggiungiamone qualcuno, per rendere il tutto ancora più efficiente, e diamo una ritoccata al ribasso ai prezzi, se possibile (un po’ altini, secondo me: 6 euro per un panino con roba da hard discount all’interno).

Nella foto, le chiavi dell’inferno.

GIORNO 1 – THE KILL + FOO FIGHTERS

Il mio Firenze Rocks 2018 parte con i The Kills degli inglesi Alison Mosshart e Jamie Hince, rispettivamente voce e chitarra di una band a mio avviso molto interessante (e che non conoscevo), in grado di proporre un sound fresco e coinvolgente. Classificati un po’ frettolosamente come indie rock (un’etichetta che capisco poco, anche perchè la maggioranza delle band sono tecnicamente indie, a prescindere da troppe cose), quanto la loro musica assume la forma di un blues acido e ossessivo, e dove l’influenza più generale sembra essere quella dei Velvet Underground (forse una delle band più importanti per il genere, almeno storicamente).

È successivamente la volta dei Foo Fighters, la band di Dave Grohl (“il batterista dei Nirvana”, viene spesso ricordato dai musicologi in zona): un artista confinato al ruolo di anonimo batterista nella band di Cobain, qui nelle condizioni di ricostruirsi una carriera e proporre una prestazione energica, di spessore e costruita pazientemente negli anni. Tra le curiosità della serata, la presenza di Marco Materazzi, posizionato alle transenne assieme al figlio (per il campione del mondo 2006 è partito un coro da stadio, per la verità intonato da poche persone – tra cui il vostro amatissimo).

A livello di concerto, si parte benissimo: menzione particolare per Taylor Hawkins, batterista della band in grado sia di scuotere gli ormoni delle presenti che di sfoggiare una prestazione superlativa: non solo come batterista, ma anche come voce (ha cantato una bella cover di Under Pressure dei Queen). Come se lo show non fosse stato già abbastanza grande, ad un certo punto sono saliti i Guns N’ Roses sul palco, ed hanno suonato assieme a Grohl (chitarra) e Hawkins (batteria) It’s so easy.

Un piccolo antipasto della giornata successiva, in sostanza.

GIORNO 2 – VOLBEAT / GUNS N’ ROSES

Arrivo per i Volbeat, band che ho sentito poco ma che mi convince subito: il mix tra rockabilly e metal vira sostanzialmente verso il punk melodico, ed il risultato finale è decisamente interessante, e pure piuttosto originale.

Guns N’ Roses propongono uno show roccioso e adrenalinico, con una scelta molto ampia di brani ed un ottimo bilanciamento tra pezzi vecchi e nuovi, tra classici e cover, tra “inni al pogo” – Welcome to the jungle posso dire di averla “vissuta” sulla mia pelle – e splendide ballad. Incredibile lo stato di forma dei nostri, che non fanno rimpiangere i cari vecchi anni ’80 anche se, ovviamente, il tempo è passato e si vede. Lo show è durato più di tre ore, per un totale di 30 brani suonati (inclusi un paio medley e assoli dello zio Slash, sempre tonico e scattante), e sono felicissimo abbiano preferito November Rain (uno dei loro capolavori assoluti, senza ombra di dubbio) a Don’t cry (che non hanno suonato, e che non ho mai apprezzato – da nessun punto di vista).

Unico piccolo, contenutissimo rammarico è che i nostri in più di 180 minuti di non-stop musicale non abbiano suonato la cover esplosiva di New Rose dei The damned – mentre nella precedente e nella successiva data, per inciso, pare lo abbiano fatto. Ignote le ragioni di questa scelta, magari collegate al fatto che quella (fondamentale) band punk anni 70 non sia troppo nota in Italia. Sarà per la prossima, anche perchè se Axl e soci si trovano in questo stato di forma, conviene approfittarne a stretto giro.

Il ritornello di It’s so easy mi risuonerà piacevolmente in testa per molte, molte ore successive alla fine del concerto.

GIORNO 3 – HELLOWEEN / IRON MAIDEN

Arrivo a show degli Helloween appena iniziato: i nostri sono in formazione di lusso tra membri vecchi e nuovi, e soprattutto con due cantanti: lo show è allegro e coinvolgente come al solito, con brani di culto proposti senza tregua ed un simpatico momento conclusivo con dei palloni gonfiabili a forma di zucca lanciati sul pubblico (che qualcuno ha visto bene di portarsi a casa).

Sugli Iron Maiden dal vivo, una delle poche certezze della vita oltre alla morte, è impossibile scrivere qualcosa che non sia già stata scritta: sempre tonici e in forma smagliante (e posso dirlo dopo la sesta volta – se la memoria non mi inganna – che riesco ad assistere ad un loro show). Anche stasera la scelta del brani è stata una piacevole sorpresa: si parte a bomba con Aces High (con tanto di aereo della seconda guerra mondiale a grandezza naturale sul palco), non manca l’intermezzo teatrale con Eddie sul palco (cacciato via da Bruce da un fucile con la bandiera italiana), il consueto monologo di Dickinson per introdurre The clansman (inteso come brano politico collegato all’attualità, da quello che sono riuscito a capire del suo discorso introduttivo), Flight of Icarus con un gigantesco Icaro che si è incendiato a fine brano e con il cantante alle prese con due lanciafiamme, quasi tutti i classici suonati in modo impeccabile e l’estasi finale di Run to the hills. Orgasm.

GIORNO 4 – JUDAS PRIEST / AVENGED SEVENFOLD / OZZY OSBOURNE

Il quarto giorno mi precipito a vedere una delle mie band preferite in ambito heavy metal: arrivo giusto in tempo per l’inizio. La prestazione dei Judas Priest è inaspettatamente opaca, e questo a parere unanime di molti presenti con cui ho chiacchierato (tra cui Klaus di Italia Di Metallo che ho finalmente, dopo tanti anni, incontrato di persona). Si parte benino, per la verità, i primi brani catturano (Grinder soprattutto), ma col tempo esce fuori un sound distante dalla qualità vera della band, in particolare il set di fustini Dixan utilizzato come batteria.

Parlando in generale, vediamo una band piuttosto assente dal palco: i nostri sembrano non vedere l’ora di chiudere lo show, e questo atteggiamento impiegatizio si corona con una versione non eccelsa di Painkiller, in cui Rob ha quasi fatto fatica.

Onestamente assistere ad uno show di Halford e soci di nemmeno un’ora, alle cinque e mezza del pomeriggio sotto un sole cocente, senza molti pezzi storici (nemmeno Breaking the law, uno di quei brani che andrebbero inseriti per legge in qualsiasi setlist dei Judas) non è stato il massimo, soprattutto se paragonato alle volte precedenti che li ho visti (tralasciando l’ovvio aspetto scenografico carente: non erano gli headliner, del resto). Massima solidarietà, per inciso, per l’abbigliamento impeccabile in leather di tutta la band con quel caldo pomeridiano: sul resto, meglio tacere.

Sugli Avenged Sevenfold non ho troppo da scrivere: band amatissima dai fan, dal sound a mio avviso non troppo originale (parere personale, s’intende), ma in grado comunque di proporre uno show accattivante (con tanto di fiammate sul palco, quasi alla Rammstein). Rendono molto meglio sui brani più riflessivi, almeno per quello che ho percepito, ma bazzicando poco nel loro genere preferisco sorvolare su ulteriori aspetti. Se non altro a livello di scaletta li avrei fatto suonare prima dei Judas, ma data la resa discutibile di questi ultimi, meglio così.

Per la prima volta mi accingo, per chiudere in bellezza, a vedere Ozzy dal vivo: lo faccio in modo spontaneo cioè senza curiosare prima tra live recenti, tanta è la voglia di scrivere un live-report “nature“. Bastano pochi minuti per rendersene conto: Ozzy è vivissimo, la sua band non ne parliamo, la resa della show è strepitosa – e paragonabile a quella dei Maiden del giorno prima. Il suono è nitido e pulitissimo, i brani si ascoltano in scioltezza e c’è il tempo di deliziare gli ascoltati con qualche improvvisazione, tra cui Zakk che è sceso dal palco e fatto una passeggiata in zona transenne, continuando a suonare tra il pubblico in estasi (forse un po’ troppo lunghetto come intermezzo, soprattutto per chi si trovasse a più di 5 metri dal palco che ha visto poco o nulla anche via schermo).

Il papà supremo del metallo mondiale propone sia pezzi propri che qualcuno dei Black Sabbath, e vale la pena ricordare un episodio simpatico: durante War Pigs ha fatto cantare in alternanza con la sua voce un verso al pubblico, ma noi evidentemente non sapevamo benissimo le parole. Il brano è risaputamente impegnativo (e lancia un messaggio preciso contro la guerra), tanto che ad un certo punto il nostro eroe ha cantato un verso biascicando (credo volutamente), suscitando l’ilarità del pubblico che deve essersi sentito chiamato in causa. A parte questo, una prestazione di grandissimo livello, fatta da musicisti veri animali da palcoscenico, su cui resta nulla da aggiungere se non godersela (più e più volte, magari).

Orgasm, take 2.

E comunque:

Now in darkness world stops turning
Ashes askdgjag2378tyg2ygahgsdjg–ing
No more war pigs haaspdanhbzbzbbzbabshaushduh
Hasdgsnndsahdgjhgsajhdgjhgsajh

La voglia di tornare a casa a questo punto è quasi nulla, ma il Firenze Rocks volge purtroppo al termine.

Sì: direi che è ora di tornare a casa.

La mia impressione è stata quindi complessivamente positiva, al netto delle pecche evidenziate e dando per scontato che uno accetti di buon grado le lunghe code e la calca, oltre alla concreta possibilità di essere coinvolto proprio malgrado nel pogo. E per finire, una menzione particolare ai numerosi esponenti della “vanvera” come tecnica di pogo (vedi video successivo).

Al prossimo anno, rockers!

Live setlist: i brani in scaletta degli headliner

A molti dei presenti (ma anche a qualcun altro) potrebbe far piacere andare a riscoprire i brani sentiti dal vivo in quel di Firenze, per cui vi lascio una piccola perla finale. Questi sono i link per curiosare tra i brani che sono stati suonati nei live set di quest’anno (ho linkato gli headliner ma potete cercare chiunque altro, all’interno del sito).

Premetto subito che le setlist che trovate in questi link sono tratte da un wiki, cioè di un sito che può essere editato da qualsiasi utente, per cui non è detto che siano corrette (nella mia esperienza lo sono nel 90% dei casi).

Fate click sul nome della band per cercare la scaletta eseguita quel giorno.

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