8 album rock da riscoprire immediatamente

Devo essere sincero: quando ho stilato questa lista non sapevo troppo bene dove sarei andato a parare. E rileggendo tutto prima di pubblicare, non mi sembra davvero niente male! Da anni, del resto, mi diverto a sezionare ed ascoltare i più svariati generi musicali, e questo articolo credo ne possa testimoniare un approccio decisamente personale. 8 album che, dal mio punto di vista, stanno facendo o hanno fatto la storia del rock, passando più o meno inosservati – e rock inteso nella sua accezione più ampia possibile.

Precisamente, quello che guidò Zappa nel satireggiare i Beatles (mi riferisco alla foto qui in alto), colpevoli (a suo modo di vedere) tanto di aver commercializzato il rock quanto di averlo, a loro modo, ghettizzato nel mondo flower power. È difficile dire, ad oggi, se avesse ragione sul serio – ed io propendo per il sì, per quello che conta; in fondo, pero’, la lezione che il maestro del rock “absolutely free” ci ha lasciato è proprio quella di fare più attenzione ai musicisti che ai presunti generi musicali. Per cui questa è una lista modello “prendere o lasciare“, in cui molti di voi (spero tanti) possano scoprire qualcosa di interessante o che almeno non conoscevano prima.

Eccovi otto dischi che, secondo me, meritano di essere riscoperti subito.

Kingdom Come – SIR LORD BALTIMORE (1970)

Un album considerevole quanto sporco, diretto e privo di fronzoli, noto anche per il primo uso documentato del termine heavy metal, come raccontavamo su questo sito diversi anni fa. Oltre ad essere una delle poche band ad avere un batterista / cantante (John Garner, scomparso nel 2015), lo stile dei Sir Lord Baltimore riprende quello di Stooges, dei Black Sabbath e dei mitici MC5, oltre a possedere chiare influenze zeppeliniane.

Master Heartache è forse uno dei migliori brani di un disco immenso per il suo genere – da gustare, in verità, tutto d’un fiato (la recensione è qui).

The Book of Taliesyn – DEEP PURPLE (1968)

Siamo ancora ai tempi del primo cantante Rod Evans, un timbro di voce oscuro e particolare che, fin dal brano di apertura, sembra quasi evocare quello di Jim Morrison. The Book of Taliesyn è il secondo LP dei Deep Purple, uscito sotto Harvest Record e che presenta una band ancora indecisa sulla direzione da prendere: c’è una traccia chiara dell’hard rock che li avrebbe resi una delle band più importanti a livello mondiale, ma ancora la psichedelia si fa molto sentire come in tanti altri dischi rock usciti in quegli anni. Brani come Anthem e Shield (entrambe di Lord) si incentrano su storie medievaleggianti, ma non mancano accenni blues, testi più intimisti e ben tre cover (Neil Diamond, Lennon/McCartney, Jeff Barry, Ellie Greenwich, Phil Spector).

Listen, Learn, Read on rende molto bene quella che sarà l’atmosfera dei primi, indimenticabili Deep Purple.

Zarathustra – MUSEO ROSENBACH (1973)

Anche a Bordighera si suonava progressive rock negli anni 70, ed in particolare mi riferisco ai mitici Museo Rosenbach: come molte altre band del genere, partirono dal beat emergente a fine anni 60 ed arrivano ad evolvere in questo disco. Un rock potente nell’arrangiamento quanto colto nei testi – ispirati a Così parlò Zarathustra di Nietzsche, in una sorta di concept album – con una singolarità legata, paradossalmente, all’unica vera vulnerabilità della band: la copertina del disco, che rappresenta un collage ad opera di Caesar Monti con il busto di Benito Mussolini. Bastò questa provocazione, non dettata da appartenenza politica a quanto risulta, a far boicottare la band (addirittura anche dalla TV nazionale), si pensi poi nel clima iper-politicizzato dell’epoca, polarizzato fino all’estremo tra estrema sinistra ed estrema destra.

Zarathustra è uno dei migliori dischi di progressive rock italiano, ed il brano che ho riportato qui è il mio preferito: xxxx, nel quale si esplicita il senso del concept (Ma in questo spazio in cui tramonto / un altro giorno rinascerà /
e Zarathustra potrà trovare / le stesse cose qui).

We’re Only in It for the Money – FRANK ZAPPA (1968)

We’re Only in It for the Money, ovvero “ci stiamo dentro solo per i soldi“: il terzo album dei The Mothers of Invention, la band di Frank Zappa. Uno dei migliori dischi della sua immensa, sterminata discografia, apprezzata tipicamente da un pubblico di zappiani DOC (inclusi i tanti che ebbero la fortuna, dico io, di vederlo suonare dal vivo) ed ovviamente dai fan di Elio e le storie tese, la band che (soprattutto nei primi dischi) tanto, tantissimo aveva preso da questo folle approccio alla musica. Questo è un collage musicale di durata e lunghezza aticphe, che oggi addirittura (pensa un po’) chiameremmo indie (fu un disco mixato, suonato e prodotto in proprio da Zappa), in cui ogni brano è inafferrabile, mescolato in un calderone impazzito di psichedelia, spezzoni suonati al contrario, rock classico e musica sperimentale. Peraltro, fin dalla copertina, si intuisce un esplicito intento parodistico nei confronti del capolavoro dei Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, a cui il disco finisce per fare il verso; questo perchè il quartetto di Liverpool era considerato da Zappa in modo non troppo positivo, soprattutto per aver avuto un approccio fintamente alternativo ed aver organizzato in modo corporativo la cultura giovanile – da cui il titolo.

Il disco procede satireggiando la politica (tra repubblicani e democratici) ed in particolare la cultura hippie dominante all’epoca (siamo nel 1968, per intenderci) ed in generale la mentalità dell’americano medio, attaccato più volte sfruttando micro-melodie a volte astruse, altre orecchiabili (senza contare i testi, che andrebbero letti a parte: What’s the ugliest Part of your body? Some say your nose, Some say your toes, But I think it’s YOUR MIND) oppure YOU’LL BE ABSOLUTELY FREE ONLY IF YOU WANT TO BE). Liberi da qualsiasi preconcetto, anche di genere: questo è il messaggio.

Concentration Moon è uno dei brani più famosi di un disco che è quasi impossibile, diversamente, da sezionare.

Too Old to Rock ‘n’ Roll: Too Young to Die! – JETHRO TULL (1976)

Troppo spesso ricordati esclusivamente per Aqualung e Stand up, i Jethro Tull meriterebbero una rivalutazione complessiva per tutta la loro interminabile (quanto altalenante) discografia; il loro genere è considerato una fusione molto originale di folk rock, progressive e hard rock, e già questo li rende importanti. Too Old to Rock ‘n’ Roll: Too Young to Die! è fra le produzioni più originali della band di Ian Anderson, e venne concepita come colonna sonora di un film (mai uscito) e di un musical. La title track racconta la morte di Ray Lomas, l’anziano rocker protagonista del concept il quale, molto semplicemente, non accetta di buon grado il trascorrere del tempo e subisce un incidente stradale con la propria inseparabile motocicletta.

La storia è raccontata con lo stile surreale di Anderson in un video piuttosto celebre.

Nail – FOETUS (1985)

Se il nome di Jim Thirlwell (noto anche come Foetus) non dirà nulla ai più, è solo per via dell’impostazione che il nostro ha sempre voluto dare alla propria musica: un approccio atipico, scostante, per certi verso erede del punk e dell’industrial, espresso attraverso un cantato lacerante quanto virtuoso. Nail è forse la migliore espressione artistica di Foetus, ed è per questo che ho scelto di parlarne senza troppi indugi. Dopo questo apice, peraltro, Thirlwell – figura da sempre lontana dai riflettori, difficile da inquadrare da ogni punto di vista – frammenta ulteriormente la propria figura artistica, attraverso una marea di produzioni scostanti e pseudonimi caotici.

Nail frastorna l’ascoltatore, quasi lo esaspera e certamente lo spiazza, presentando con un sound davvero unico e quasi impossibile da catalogare, che deve molto a rock, industrial, sperimentale, addirittura rap e con un gusto zappiano per la composizione.

Exmilitary – DEATH GRIPS (2012)

In pochi conoscerebbero questa band – micidiale mix di hip hop, industrial e noise – se non fosse che sono stati scelti da Al Jourgensen per aprire le date dei Ministry nel tour 2017. I Death Grips (etichetta Third Worlds) hanno costruito un’immagine di sè decisamente scostante, apparendo poco pubblicamente e promuovendo la propria musica mediante internet e – soprattutto – mediante video convulsi e bizzarri, spesso avvicinabili a veri e propri cortometraggi horror o pseudo-snuff. Ogni brano di questo trio finisce per fare storia a sè, per cui il mio suggerimento è quello di provare ad ascoltarli direttamente da Youtube per avere un’idea che, da un singolo brano, potrebbe risultare falsata.

Takyon è tratto dall’album Exmilitary ed è uno dei brani (in un certo senso!) più accessibili, che li avvicina più che altro ad una forma di hardcore rap molto sperimentale ma familiare a chi conosca, ad esempio, i Beastie Boys.

Savage Sinusoid – IGORRR (2017)

Il francese Gautier Serre (classe 1984) è senza dubbio uno dei musicisti più importanti ed innovativi degli ultimi anni; Savage Sinusoid (etichetta Metal Blade) mescola in modo folle e decisamente personale dubstep, lirica, classica e death metal (e la lista potrebbe continuare!), senza mai degenerare nello sterile sperimentalismo.  Certo il risultato finale è francamente spiazzante per chi possiede gusti più tradizionali, ma siamo davvero sicuri che i primi dischi proto-metal non facessero lo stesso effetto ai nostri genitori?

Il brano che segue è Apopathodiaphulatophobie, uno dei più indicativi dello spirito del disco.